Intervista a Guglielmo Favilla

Aggiornamento: 15 apr

Da Dario Argento a Diabolik, passando per cinema indipendente, teatro e televisione

Guglielmo Favilla è un attore che conosciamo e stimiamo da anni. Lo abbiamo visto applicarsi con lo stesso entusiasmo di sempre sia a progetti cinematografici indipendenti, vedi ad esempio quelli realizzati coi Licaoni a Livorno, sia al mainstream degnamente rappresentato da registi come i fratelli Taviani (Una questione privata), Sydney Sibilia (Smetto quando voglio) e persino Ridley Scott (Tutti i soldi del mondo); il che introduce volendo una nota internazionale, ribadita poi dall’aver recitato accanto a personaggi del calibro di John Turturro nella mini serie Il Nome della Rosa.

Senza contare poi il tanto teatro di qualità messo in cascina. Insomma, poterlo incontrare a un festival e riuscire magari a intervistarlo (come ci era successo l’ultima volta al Ravenna Nightmare, dove nel 2018 aveva presentato il promettente cortometraggio labronico Twinky Doo’s Magic World) da un lato rallegra l’animo, visto il continuo fluire di aneddoti simpatici e arguti, dall’altro consente di mettere a fuoco meglio alcune delle esperienze più interessanti, stimolanti, vivaci della produzione cinematografica e teatrale italiana di questi ultimi anni. Un caleidoscopio di set importanti e palcoscenici alternativi, insomma, dai quali c’è sempre da imparare qualcosa. Ultimamente, però, siamo stati ispirati da una buffa coincidenza: “arruolato” nuovamente sui set di produzioni molto attese dagli appassionati, il nostro Guglielmo Favilla è stato visto indossare la divisa della Polizia sia in Occhiali neri del Maestro Dario Argento che nel fortunatissimo Diabolik dei Manetti Bros. Starà mica per arruolarsi nelle forze dell’ordine? Ci siamo ingenuamente chiesti… e per non lasciarci sfuggire questo favoloso momento della sua carriera, che lo ha visto alle prese con ottimi progetti in campo cinematografico, teatrale e persino pubblicitario, siamo andati a disturbarlo durante le prove del suo prossimo spettacolo, che dovrebbe andare in scena a breve.

Ultimamente ti abbiamo visto più volte sul grande schermo, Guglielmo, quale interprete di film italiani che hanno avuto riscontri importanti presso pubblico e critica. Condividiamo però entrambi un indicibile amore per certe piccole, battagliere produzioni indipendenti, che ti vedono in prima fila già da parecchi anni. Non a caso qualche tempo fa ci eravamo fatti una bella chiacchierata, a Ravenna, riguardo a un immaginifico, straniante cortometraggio, “Twinky Doo's Magic World”, che doveva essere il preludio di un progetto cinematografico decisamente più ampio… potresti raccontarci come si è sviluppato quel progetto, che ti ha visto collaborare ancora una volta coi Licaoni, indomiti film-makers livornesi?


Si tratta letteralmente del progetto di una vita. In “gestazione” da 14 anni! E dopo il pluripremiato teaser/corto del 2016, ce l’abbiamo fatta. Anche se non è ancora finita, mancano alcune riprese in esterni (serviva un clima più mite e il grosso delle riprese nel magazzino è stato fatto tra novembre e dicembre…) e un’intensa postproduzione. Come ti dissi a Ravenna, ti ribadisco adesso: è un film molto importante per noi (me, Alessandro Izzo e Francesca Detti) che si porta dentro tanta malinconia, dolore e cicatrici personali; inoltre in quest'ultimo lustro il nostro bagaglio personale, lavorativo e privato è ovviamente accresciuto, tanto che adesso il cortometraggio del 2016 ci sembra quasi preistoria... Si tratta di un horror/crime con cui cercheremo di sdoganare un’anima labronica diversa da quella finora vista al cinema, scevra dai luoghi comuni che vogliono il toscano/livornese goliardico e ridanciano a tutti i costi. La sua realizzazione è stata possibile grazie a due bandi (uno della Toscana Film Commission e uno del Ministero per sviluppo e pre-produzione) e al supporto dei fan licaonici tramite crowdfounding. Da tutta Italia (e non solo) abbiamo visto riversare un affetto e una fiducia incredibili nell’operato dei Licaoni degli ultimi 22 anni. 22! Fa quasi paura dirlo. Anzi, leviamo il quasi.


Dall’indie al mainstream, in un certo senso, sebbene gli autori di cui andremo a parlare abbiano fatto anche la storia del cinema indipendente, qui da noi: pensiamo naturalmente ai Manetti Bros. Il loro approccio a “Diabolik” a noi di Plusnews è piaciuto parecchio. E tu che di quel nutrito cast hai fatto parte, cosa ci puoi testimoniare dell’atmosfera che si respirava sul set e del modo di dirigere dei Manetti? Deve essere stato entusiasmante anche lavorare con certi attori… visto poi che tu eri schierato – almeno nella finzione – con le forze dell’ordine, ci viene naturale chiederti qualcosa di più su Valerio Mastandrea alias ispettore Ginko.


Conosco Marco e Antonio da anni e ho collaborato con loro su progetti indipendenti (Cavie, Circuito Chiuso Extreme, Piano 17) e non (Crimini, Rex) ma Diabolik è stato il loro primo “Kolossal”. Ed è stato sorprendente vedere come il loro approccio indie e la loro capacità di rifuggire a qualsiasi spocchia autoriale non sia cambiato di una virgola, financo in un progetto così grande. È stata una lavorazione complessa e divertente, da Milano a Bologna per finire nel gelo di Trieste… e, sì, ero lo sbirro spalla di Ginko insieme a Piergiorgio Bellocchio, il suo vice. Insieme, spesso stretti nella Citroen di Ginko ci siamo ammazzati dalle risate. Valerio è un attore di cui sono sempre stato fan e ha una simpatia e un acume devastanti.


Sempre in divisa, ma per Dario Argento: di recente hai interpretato alcune scene decisamente cruente e drammatiche anche in “Occhiali neri”, l’atteso ritorno di uno dei più grandi Maestri dell’incubo. Che emozione può aver dato a te, che condividi questa passione per il cinema di genere, essere reclutato per il suo nuovo lungometraggio?


È stata una grande emozione, per svariati motivi: era un ritorno sul set del Maestro Argento dopi dieci anni di assenza dai grandi schermi, con un progetto, un thriller come gli esordi, tenuto in un cassetto dagli anni 90 e poi abbandonato a malincuore. Lo ha ritrovato la figlia Asia e ha spronato il padre a lavorarci con rinnovato entusiasmo.

Inoltre, è stato interessante il processo di casting. Tramite la mia agenzia mi è arrivata una richiesta di semplice video-presentazione. Dopo quella, sono stato chiamato “a un incontro con il Maestro” e lì, senza sapere praticamente nulla del film e dei ruoli, è avvenuta una chiacchierata informale, su di me, gli ultimi lavori fatti, più vari pensieri in libertà: il tutto sotto lo sguardo attento e curioso di Argento. Questo per circa 20 minuti. Due giorni dopo mi hanno comunicato che mi avevano preso per il ruolo del poliziotto infingardo “Jerry”.

Anche qui, cosa puoi dirci del tuo personaggio? E più in generale della tua interazione col resto di un cast che, comunque, offre notevoli spazi a una sensibilità femminile fragile e al contempo determinata, come quella della protagonista?


Il mio è un piccolo ruolo, divertente da rendere nella sua caratterizzazione spicciola: faccio un esagitato, arrogantello e sfrontato. Un poliziotto dai modi antipatici quando si tratta di ottenere ciò che vuole. Anche entrare in casa di una ragazza cieca approfittando del suo handicap…

Argento fa pochi ciak, gli attori in mano a lui sono maschere, pennellate al servizio di una visione personalissima, non cerca nessun tipo di realismo canonico, piuttosto un tono per raggiungere una finalità drammaturgica. Come unica indicazione per il mio breve ruolo, mi sussurrava sempre “mi raccomando, nervoso, eh, impaziente!”. Maria Rosaria Russo (che interpreta la mia superiore, l’ispettrice Bajani) è stata una preziosa compagna di lavoro: mi ha proposto di vederci qualche giorno prima per conoscersi e riuscire a creare un clima di confidenza che verosimilmente scorre tra i due personaggi. La sua richiesta è giunta gradita e inaspettata perché avviene di rado in questo mestiere, troppo spesso basato sulla prevaricazione e diffidenza reciproca. Ci siamo molto divertiti a creare un rapporto possibile nelle poche scene a disposizione. Ah! Inoltre, non ho sottolineato la cosa più impagabile per me, già morto diverse volte al cinema come in tv: la possibilità di essere una vittima in un film di Dario Argento!


Ti abbiamo visto davvero impegnato in questo periodo. Tanto cinema ma, volendo, anche televisione. Come sei finito a interpretare Sherlock Holmes, in uno degli spot più simpatici e popolari in cui ci si possa imbattere, adesso, sul piccolo schermo?


Nella maniera più semplice e diretta possibile: mi ha chiamato Sydney Sibilia, amico e regista che stimo assai. e mi ha detto “Ciao Guglielmo, avresti voglia di fare Sherlock Holmes in uno spot?” E ho risposto con un laconico “Dove si firma?”. In realtà poi, nonostante l’appoggio di Sydney, ho dovuto comunque sostenere una serie di selftape per convincere il cliente (si trattava comunque di un ruolo da protagonista/testimonial per un brand importante) Ma poi è andato tutto per il meglio.


E a questo punto ci viene spontaneo chiederti qualcosa in più sul rapporto professionale e umano che hai con Sydney Sibilia, regista che gode anche della nostra stima, sin da quando si mise in luce coi primi cortometraggi…


Con Sydney è sempre un piacere ritrovarsi. Abbiamo la stessa età, lo seguo dai primi cortometraggi (quando anch’io ero in giro per festival in Italia, spesso con i lavori dei Licaoni, o come giurato) e dopo ogni incontro, magari anche a distanza di mesi quando non anni, sembra che il tempo non sia mai passato: chiacchieriamo come se nulla fosse, come se ci fossimo interrotti solo per due minuti tra un discorso e l’altro. Una delle sue doti che preferisco è quello di mettere sempre a suo agio chiunque sia il suo interlocutore, anche in ambito lavorativo.


Siamo passati attraverso cinema in sala, produzioni indipendenti, spot televisivi. E il teatro? Chi scrive t’ha visto recitare all’Argentina anni fa, assieme un gruppo di attori altrettanto giovani e spigliati… positiva l’impressione, ma a memoria avevi già partecipato anche a spettacoli di maggior spessore, e risonanza. Puoi parlarci un po’ di tali trascorsi e raccontarci, magari, se nonostante tutti gli impegni sul set accumulati negli ultimi mesi, pure per la comune passione teatrale hai saputo trovare un po’ di spazio in agenda? Per chiudere, prossimamente ti vedremo nuovamente sul palco?


Sì, il teatro era e rimane una passione sottopelle ma con gli anni è sempre più diventato arduo dedicarcisi, non solo per “fantomatici impegni in agenda”, anzi, ma per il colpo di grazia della pandemia che, inutile ribadirlo, ha travolto il settore negli ultimi due anni. Dedicarsi a spettacoli indipendenti, con pochi attori, o anche monologhi fuori dalle grandi compagnie (che pure boccheggiano) è sempre più difficile. Io stesso ho almeno tre progetti in standby, due spettacoli scritti dall’amico Astutillo Smeriglia (aka Antonio Zucconi, il geniale creatore di "Preti") e uno che sta per vedere la luce insieme ai compagni di lavoro e di vita Paolo Cioni e Daniele Marmi, dal titolo “Gramscic”, un testo comico dal ritmo indiavolato… e finalmente dopo incontri, riscritture, stravolgimenti e la mano santa e l’occhio esterno di Silvio Peroni dovremmo andare in scena per la fine dell’anno. Come dico sempre, incrocio anche i malleoli…

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