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La Disney sta facendo marcia indietro prima di annegare?

Aggiornamento: 1 dic 2023

Una situazione disastrosa, tanto da renderlo esausto e sopraffatto. Questo il quadro che Bob Iger, attuale Ceo di Disney, ha dato del colosso che tra cinema, streaming e parchi divertimenti è una delle più grandi potenze economiche – e politiche – del mondo. Le sue dichiarazioni arrivano con almeno un paio d’anni di ritardo rispetto alla percezione globale che vedeva la Disney in grossa crisi già da tempo, almeno dal gran finale della saga degli Avengers che ha stracciato i botteghini mondiali nel 2019. Ma finora si era sempre tentato di gettare acqua sul fuoco, nonostante i flop si siano avvicendati uno dietro l’altro. Almeno finché la Disney non ha iniziato a licenziare migliaia di dipendenti per coprire il rosso dei conti.


Ora, finalmente, Iger esce allo scoperto. La sua più che una presa di consapevolezza sembra quasi un poco elegante scaricabarile: Iger infatti, riconosciuto come il grande imprenditore che ha reso la Disney la più grande multinazionale dell’intrattenimento, aveva lasciato il posto di Ceo nel 2020 in favore di Bob Chapek, in precedenza responsabile dei parchi. Il fatto di aver detto di aver trovato al suo ritorno, nell’ottobre 2022, una situazione a pezzi sembra infatti voler rimarcare che i disastri siano iniziati senza di lui e che la colpa sia di Chapek. Ma se vediamo la storia degli ultimi anni non è andata esattamente così. Chapek infatti, prima di lasciare quasi esasperato la Disney, aveva più volte fatto capire di non essere il vero “uomo al comando” e che, di fatto, era solo l’esecutore di politiche scelte da altri. E più volte si è ritrovato contro i dirigenti della compagnia. Una su tutte quando lo costrinsero a prendere posizione contro la legge varata dal governatore della Florida, Ron De Santis (per molti, tra l’altro, uno dei papabili alle prossime primarie repubblicane per corsa alla presidenza), che impediva l’educazione gender nelle scuole. Chapek non avrebbe voluto intervenire in un modo così smaccatamente politico come invece avrebbe voluto il resto del consiglio d’amministrazione e dei “big” della compagnia. Alla fine ha dovuto cedere. Ma ha anche lasciato esasperato il suo ruolo alla Disney, che è stata costretta a richiamare il vecchio boss. È singolare che il biennio di un Ceo che non voleva esporsi politicamente sia anche coinciso con la grande accelerazione politica della Disney.


È sotto gli occhi di tutti, infatti, come nell’ultimo periodo si siano susseguiti film impregnati di una propaganda quasi estremista – woke direbbero gli amanti della terminologia americana – che ha rasentato il fanatismo ideologico. Dal Pinocchio che vuole rimanere burattino perché è giusto sentirsi “diversi”, aiutato in questo da una fata nera trans, fino alla Sirenetta di colore con le sorelle multietniche (eppure avute dagli stessi genitori…) in cui si è stati ben attenti a modificare i testi delle canzoni perché il “coraggio baciala”, in tempi di Me Too, poteva risultare aggressione sessuale. E poi i supereroi Marvel, con il nuovo Capitan America nero introdotto in una serie in cui si giustifica, fin quasi all’apologia, il terrorismo eversivo di matrice politica progressista, o con la serie She-Hulk intrisa di un femminismo tossico che sfocia nella misandria, per non parlare dei multietnici Eterni dalla sessualità fluida eccetera eccetera.


E poi i film Pixar con i primi personaggi gay e l’ultimo disastro di Kathleen kennedy alla Lucas Films con la serie “fluida” su un’icona anni 80 come Willow. Guarda caso questo periodo di aggressione politica è coinciso proprio con il grande flop della compagnia. Go woke, get broke, dicono in Usa. In parole povere: la propaganda woke ti fa fare bancarotta. Una cosa di cui si sono accorti anche la Bud o Victoria’s Secret, negli ultimi mesi. Se n’è accorta anche la Disney? O la mossa di Iger è quella di addossare tutta la colpa a Chapek e mantenere la rotta all’estrema sinistra? Sicuramente Chapek farà la figura del capro espiatorio, ma sembra proprio che lo stesso Iger voglia dare quantomeno una frenata, o se non altro una rimodulata, al fanatismo con cui è stato condotto il marketing Disney nell’ultimo periodo.


L’impressione è che il film La Sirenetta sia stato una sorta di all-in, o la va o la spacca, la cartina di tornasole definitiva per la Disney e, probabilmente, per Iger. Il film era nato sotto tutti i cattivi auspici. Non passava giorno durante la produzione che il film non venisse criticato per le scelte, molte della quali di una follia inspiegabile, come appunto il cambio testo della canzone, operate dalla Disney. Ma si è tirato avanti con la solita solfa: chi critica è un razzista sessista omofobo fascista patriarcale eccetera. Anzi, la Disney ha iniziato una campagna di marketing titanica, solitamente riservata ai kolossal, per la promozione del film. Tanto che il budget del film è lievitato fino a toccare quota 250 milioni di dollari. Era chiaro che la Disney volesse sfondare con quel film, quasi a voler dimostrare che, nonostante il razzismo becero di una minoranza chiassosa, loro sarebbero stati capaci di “rieducare” il pubblico. Le recensioni in anteprima del film lo hanno dipinto come un capolavoro, annunci di prenotazioni in sala che anticipavano un box office altissimo hanno aiutato in patria ad andare oltre quelle che erano state le aspettative precedenti che avevano già bollato il film come flop. Non solo, i due più grandi aggregatori di recensioni mondiali, Rotten Tomatoes e Imdb, hanno stranamente mostrato risultati in cui quasi il 100% delle recensioni era positivo.


Eppure qualcosa è andato storto. Già, perché qualcuno ha fatto notare che le recensioni negative venivano “stranamente” cancellate. All’estero, poi, dove il controllo mediatico e politico della Disney è meno forte, il crack. In Cina addirittura il film ha ottenuto uno degli incassi più bassi della storia, cosa che ha compromesso definitivamente la missione “rieducazione”. Alla fine, secondo gli analisti più ottimisti, il film ha forse raggiunto il breakeven point per il rotto della cuffia. Molto più probabilmente è andato in perdita. L’all-in, insomma, non è andato affatto a buon fine. “Ci rifaremo con The Marvels” è stata la risposta che ha serpeggiato per gli studi Disney. Ma valeva veramente la pena puntare tutto, magari intervenendo ancora una volta sui media per drogare le recensioni, nonostante il giochino fosse stato scoperto, su un film ultrafemminista, con protagoniste tre eroine di cui una totalmente sconosciuta al grande pubblico e un’altra che è la protagonista di una delle serie tv meno viste dell’era streaming? E la cui attrice protagonista, Brie Larson, è quanto meno divisiva per il pubblico proprio per la sua arroganza e il suo fanatismo politico? E vale la pena farlo proprio nel momento in cui i cinecomics sembrano passare un periodo di stanca? Evidentemente Iger ha detto di no. The Marvels infatti, nonostante anche il suo budget sia arrivato sulla soglia dei 250 milioni di dollari, sembra essere stato abbandonato a sé stesso e punta dritto verso il flop al botteghino. I più pessimisti parlano di un incasso inferiore a Black Adam e The Flash (i due più grandi flop del 2022/23), i più ottimisti prevedono comunque un risultato che si avvicina al centinaio di milioni di perdita. La stessa Brie Larsen, poi, pare abbia annunciato l’addio al ruolo perché non più centrale come le era stato promesso (secondo i folli piani della Disney woke, infatti, avrebbe dovuto essere il nuovo leader della Marvel).


Ma non solo. L’altro film “politico” sui cui il colosso di Burbank voleva puntare era il live action di Biancaneve, con Gal Gadot nei panni della Regina e Rachel Zegler nei panni della principessa. Un film che, secondo i piani, avrebbe dovuto stravolgere il film animato originale, uno dei più amati di sempre, per renderlo più moderno – leggi politicamente corretto con venature di fanatismo woke.

Tradotto: via il principe, perché uno che bacia una donna addormentata è chiaramente molestia e poi, si sa, le principesse devono essere emancipate e senza uomini; via i nani, perché sarebbe stata stereotipazione offensiva, quindi spazio a sette “creature magiche” che dalle prime foto di produzione erano un mix etnico con venature gender fluid; e soprattutto, un fiume di interviste con la Zegler in testa a gettare fango sulla vecchia storia, sulla necessità di cambiarla per renderla più adatta all’ideologia dominante negli studios. La Disney puntava così tanto sul film, che sarebbe dovuto uscire nei primi mesi del 2024, che il budget era arrivato alla cifra record di 330 milioni. Tradotto: per non andare in perdita avrebbe dovuto incassare quasi 700 milioni. Possibile per un film che aveva avuto le stesse critiche, se non addirittura maggiori, de La Sirenetta e degli altri progetti simili? Iger ha giustamente pensato di no. Il film è stato rinviato al 2025, di ben un anno. Motivo ufficiale: necessità di riprese aggiuntive.


Ora, chiunque mastichi un po' di cinema, sa che un ritardo di un anno per le riprese aggiuntive vuol dire riscrivere totalmente il film. La conferma è arrivata con la prima foto ufficiale del film che ha accompagnato la notizia: la Zegler nei panni di Biancaneve vestita identica a quella animata circondata da sette… nani! Esatto, i nani che dovevano essere tolti sono stati invece rimessi al loro posto e sono del tutto identici, grazie alla CGI, a quelli animati. Un passo indietro notevole che non è passato inosservato.


Ma il Ceo si è spinto ancora oltre con le rivoluzioni. Nel mostrare i disastri finanziari, Iger ha fatto infatti trapelare il budget della serie She Hulk, costata forse più di Game of Thrones, mostrandola come esempio di follia finanziaria. Strano per una serie che è stata sempre difesa dalle critiche, praticamente unanimi, con la solita solfa della serie su una donna indipendente e forte che non piace ai sessisti eccetera. Ora, invece, il messaggio che sembra passare dal Ceo è “basta con queste porcherie”. Ancora più evidenza della svolta Disney viene data dal racconto sulla produzione del film Blade. Produzione molto travagliata che vedrà la sceneggiatura riscritta per la terza volta. Motivo? Lo spiega candidamente l’attore protagonista Mahershala Ali, che racconta di come stesse per lasciare il film perché, cito letterale, “stava diventando un film moralista guidato da donne”. Ora immaginate una frase del genere detta un mese fa: Ali sarebbe stato costretto a chiedere scusa in ginocchio, a confessare di aver avuto almeno una volta tendenze gay, a vestirsi da donna eccetera. Invece ora questa frase viene utilizzata dalla Disney in modo propagandistico come se fosse una cosa “fica” andare contro il fanatismo ideologico femminista dei film.


Oltre a tutto questo si fanno sempre più insistenti le voci che vedono in un imminente futuro il ritorno degli Avengers “originali” (Robert Downey jr come Iron Man, Chris Hemsworth come Thor e Chris Evans come Capitan America), quasi un ritorno indietro rispetto a quello spartiacque che è stato Endgame: la fine della ricerca dell’epica e dell’eroismo e la ricerca dell’ideologizzazione woke forzata.


Sembra chiaro, oramai, che la prima piace mentre la seconda ha veramente rotto i coglioni. A tutti.

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