La Mano di Dio: Sorrentino tra Fellini e Maradona

Aggiornamento: 7 gen

Siamo a Napoli, l’euforia è palpabile. Forse Diego Armando Maradona arriva, forse no. Un’attesa per certi versi estenuante fa da sfondo agli incroci di esistenze che gravitano attorno alla vita di Fabietto, (Filippo Scotti, Premio Marcello Mastroianni a a festival di Venezia) un adolescente che si sente fuori posto, che si guarda intorno il più delle volte spaesato e che osserva la realtà attraverso un’immaginaria cinepresa, perché in fondo in fondo lui sogna tre cose: Maradona, sua zia Patrizia, forse pazza, forse no che suscita in ogni uomo pensieri poco urbani(una splendida Luisa Ranieri) e diventare regista.

Giunto al nono film, dopo aver scandagliato da Andreotti a Berlusconi le vite degli altri, Paolo Sorrentinoconfeziona un’opera intimista dai forti accenti autobiografici, un punto di vista in discontinuità anagrafica coi protagonisti precedenti, si pensi ai vari Titta Di Girolamo, Jep Gambardella ai Fred Ballinger e Mick Boyle col senso di molto del suo cinema. Non è un uomo irrisolto, al tramonto della sua esistenza con almeno un piede inchiodato nella propria storia e circondato dai fantasmi dei suoi rimorsi e fallimenti ma uno che deve ancora cominciare a scrivere il proprio destino. È talmente acerbo dall’essere ancora vergine. Ciò detto, questo film è una scatola cinese, aprendone una ne appare un’altra e poi un’altra senza soluzione di continuità. Un film che entra ed esce da altri film alternando il flusso di coscienza alla contestualizzazione storica, al gusto della forma, tant’è che alcune inquadrature funzionano anche come tavole impressioniste, in un continuo oscillare tra dramma, farsa e commedia con un incessante rimescolamento dei suoi topos. La convivialità circense intrisa di malcelata perfida de La grande bellezza rivive sottotraccia nella dimensione familiare in cui Fabietto è calato assieme alla sua numerosa famiglia a partire da suo padre, Saverio Schisa (Tony Servillo), impiegato di banca fieramente comunista e Maria, sua mamma, ruolo che è valso a Teresa Saponangelo, il Premio Pasinetti, casalinga e burlona impenitente con propensione per gli scherzi conditi di perfidia.

La comitiva di parenti e amici è costituta da figure bizzarre se non grottesche. La zia in pelliccia in piena estate, il portinaio ritardato, il fidanzato della grassissima sorella del papà, claudicante e col laringofono; un clima circense e felliniano, in cui finalmente Sorrentino evoca il suo mentore ideale dopo averlo “cercato” nei titoli precedenti. Fellini, come Maradona è una figura sfuggente, il collezionista di dive s’intravede ma mai in primo piano. Stronca però sul nascere le velleità di carriera di Marchino ,fratello di Fabietto che ha camicie e taglio di capelli da rockabilly come il Sorrentino adolescente.

 

Seminati qua e là, brillano frammenti di cinema sorrentiniano, e quando Antonio Capuano disintegra sonoramente l’interpretazione di Yulia la mente corre filologicamente alla spietata, irridente, stroncatura che Pep Gambardalla fece della Talia Concept, vistoso richiamo carico di legittimo sarcasmo (Concept) alla "madre della performance art", Marina Abramovic. Il film snocciola, inquadratura dopo inquadratura, tutta la dialettica del suo regista, compresa la critica graffiante verso certa attorialità pretenziosa, vuota e autoreferenziale. Tutto questo carosello di freaks fa da sfondo al misticismo pagano che si animò all’avvento del Pibe de Oro.

Maradona è raccontato nell’unico modo possibile, cioè, per sottrazione, attraversa da parte a parte l’intera pellicola nei pensieri e nei dialoghi, Napoli ha una sola voce e parla di lui, l’asso argentino è quindi sempre nella scena anche se non lo si vede mai. Rimane un’entità superiore che riverbera nelle radioline, nei televisori sintonizzati sulle partite, sulle prime pagine dei giornali. Lo vediamo solo una volta, mentre tira una punizione sopra le sagome della barriera. L’entità ultraterrena scandisce la vita di ogni napoletano, cadenzata dalle sublimi invenzioni di un artista unico al servizio del gol. Si assiste liturgicamente alla realizzazione della mano di Dio, atto miracolosamente beffardo percepito come una vendetta, un gesto politico contro l’Inghilterra per le isole Malvinas o Falkland, e mentre tutti i cortigiani radunati per la partita riempono esasperati di botte la zia impellicciata, in televisione si consuma il gol del secolo, quello in slalom contro l’Inghilterra. Insomma, se Maradona è mitologia, una filosofia, una ispirazione, renderlo in carne e ossa non è solo didascalico, è perdente.

Il film abbonda di tutto, compresi i tempi dilatati e la ridondante fissità di sguardi, tanto che a un certo punto lo sbadiglio si fa strada senza troppi riguardi. Ma abbonda anche di una meticolosità e accuratezza ai limiti del maniacale. La fotografia è evocativa quanto i costumi sono fedelissimi. Sfila un iconico campionario della moda anni ottanta, le polo e i gilet Sergio Tacchini, le tute acetate Adidas, il leggendario piumone Ellesse col mappamondo stampato nella fodera, tutto ciò che faceva culto e per contrapposizione, il piumino della Stratos. Si indugia sul colore rosso, maggiolone cabriolet, Porsche Carrera, Fiat x1/9, il Duetto Alfa Romeo, per casualità o per scelta, le spider e le cabrio sono tutte monocromo.

Insomma, il “solito” Sorrentino in costante sospensione multidimensionale tra il visionario (non mancano neppure San Gennaro e il munachello), la malinconica contemplazione del tempo che fugge come i potenti motoscafi dei contrabbandieri, le miserie dei luoghi comuni, il non detto e la cronaca quotidiana. Un po’ prigioniero compiaciuto della sua potenza immaginifica, costretto dal suo cinema divisivo e inconciliabile a essere amato e disprezzato. Ad ogni nuovo titolo sembra sempre che il suo meglio lo abbia già fatto, ma intanto è al nono. Nel dubbio, auguriamoci che ci sia un decimo e poi un undicesimo…


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