La vita in punta di spartito. Mariella Nava si racconta in 35 anni di carriera

Aggiornato il: ago 30


Quando Renato Zero attacca Spalle al muro si ha immediatamente la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa di assolutamente nuovo e a suo modo epocale. Sul piano melodico, il pezzo appare tagliato su misura per la timbrica e la potenza vocale dell’icona della musica pop per definizione, mentre su quello armonico, esprime una gravità che è insieme solenne e struggente. Complessivamente un impianto musicale a sostegno di un testo che strofa dopo strofa, rima dopo rima, martella impietosamente come una scarica di pugni nello stomaco. Un pezzo dalla doppia anima, oltre la sua durezza nasconde in sé una sensibilità che commuove. Renato Zero si piazza al secondo posto ma a conti fatti è il vero trionfatore del Sanremo 1991, con un’ovazione che dura un’eternità e con esso vara la seconda fase di una carriera irripetibile. Quell’edizione di esattamente trenta anni fa è anche rivelatrice di un talento inusitato di cui dispone l'autrice di Spalle al muro: Mariella Nava. La cantautrice, a dire il vero, vanta già diverse preziose collaborazioni a partire da quella con Gianni Morandi che sceglie il suo Questi figli per l’album Uno su mille, seguita dalla composizione assieme al Maestro Bacalov e dal duetto con Eduardo De Crescenzo. Ma è con la kermesse sanremese che la sua qualità brilla in tutto il suo splendore. Un talento autoriale e compositivo che ancora oggi è inalterato grazie alla capacità di conciliare il bel canto con un’incessante ricerca musicale all’inseguimento del verso e della partitura perfetti.

Ci rilascia queta intervista in occasione della seconda edizione dei Calici di Stelle, Premio toscano che le è stato attribuito alla carriera per la musica e durante il quale si è esibita con uno showcase-concentrato di perle del suo repertorio, da Così è la vita, brano che ha conquistato il 3º posto al Sanremo 1999 nonché il premio come miglior musica, Cuore mio e ca va sans dire, Spalle al muro.


Mariella Nava è più autrice o più interprete?

Forse più autrice, ma in realtà non so dare una risposta. Certamente scrivere mi appaga già moltissimo, ma il cantare quello che sento e che mi nasce dentro è un completamento del mio essere artista. Penso anche che le canzoni in fondo hanno una storia a sé, un destino particolare, stelle più o meno favorevoli e quindi vadano a scegliersi da sole le voci che daranno loro la vita possibile, anche nel tempo più lontano da quando le scriviamo, questa è la vera magia…


Una partenza in quarta quella con Morandi con “Questi figli”. Come andò?

Ero ragazza. Tra le mie prime canzoni scritte, ce n’ era una molto più grande di me perché conteneva i pensieri detti a mezza bocca di mia madre in merito a noi tre suoi figli che vedeva crescere e allontanarsi sempre più, con le chiare ansie e timori che nascono sempre in questa fase. Era il mio modo per farle capire che mi compenetravo nel suo “sentire” di genitore e che mai avrei voluto darle preoccupazioni e che però è il richiamo della vita da scoprire di ogni figlio, era un modo per incontrarla e, allo stesso tempo, rasserenarla. Avevo letto su un giornale in un’intervista a Gianni Morandi che avrebbe inciso un nuovo disco e che gli sarebbe piaciuto cantare brani di nuovi autori. Lui è sempre stato al passo in questo, anche adesso gli piace rinnovarsi musicalmente. Ho pensato che un tema così lo avrebbe potuto coinvolgere, appassionare. Così provai ad inviare una cassetta con la canzone registrata piano e voce, come si faceva una volta, alla sua attenzione presso la storica casa discografica RCA insieme ad una lettera contenente i miei riferimenti. Da lì a poco ricevetti la sua telefonata in cui mi chiedeva che età avessi per aver scritto una canzone così intensa e matura, dicendomi che gli piaceva moltissimo e che l’ avrebbe inserita nel suo fortunato disco “Uno su mille”. Dovette ripetermelo due volte al telefono che si trattava davvero di lui, che fosse il vero Gianni Morandi prima che potessi crederci !!! Andò proprio così…! E pensa che a quella telefonata, non essendoci ancora i cellulari, rispose mia madre che mi chiamò dicendomi: “Mariella, ti cercano...!”

Quello con Renato Zero è un sodalizio che va avanti da 30 anni proprio quest’anno. Spalle al muro è il capolavoro che aprì la seconda fase della sua carriera, quell’ incontro quanto fu provvidenziale a entrambi?

Sicuramente per me fu più che fondamentale! Se non mi avesse chiesto lui di scrivergli un brano, non so nemmeno se mi sarebbe mai nata una canzone così!!! Alla sua domanda di farlo, rimasi qualche minuto senza fiato e senza parole, perché pensai che un grande come Renato Zero aveva già nel suo repertorio canzoni talmente belle che non avrei mai potuto competere. Mi misi al lavoro come se dovessi sostenere il più impegnativo dei miei esami. Una vera sfida con me stessa per esserne all’ altezza con tutte le paure di non riuscirci. Cercai anche qui un argomento che mi stesse a cuore e che Renato avrebbe potuto ben vestire con la sua alta capacità interpretativa. Scelsi quello della vecchiaia. Poi cercai la musica. Qualcosa che fosse tra canzone e teatro con cui si potesse sottolineare e denunciare bene un tema così importante. Ci voleva un tessuto musicale colto e popolare insieme, presi quello melodrammatico. Mi nacque quel "vecchio, diranno che sei vecchio…", mi tuonava dentro così prepotente che ne dovetti seguire la scrittura quasi con impeto compositivo…! Ero sicura di aver trovato la chiave giusta per eseguire al meglio quel compito che mi aveva affidato e così ho fatto, immergendomi nelle emozioni di quel momento creativo e immaginando con visione di come avrebbe potuto starci sopra Renato con la sua inconfondibile voce e tutto quel valore aggiunto. Ho calibrato ogni parola e ogni nota, ogni passaggio armonico. Quando sono stata certa di potergliela fare ascoltare gliel’ ho sottoposta e devo dire che quel momento dei suoi occhi concentrati su quel foglio su cui seguiva partecipe il testo, lo porto ancora vivo in me, così come quell’ovazione infinita sul palco dell’ Ariston, alla fine della sua prima esecuzione, che impediva ai conduttori del festival di proseguire chiamando il successivo concorrente per minuti interminabili di applausi! Ancora oggi non smetto di ringraziarlo per avermi fatto vivere quel miracolo!


Non stento a crederlo… senti, una cosa che mi domandai a suo tempo: che cosa c’era di scabroso in Dentro di me, oggi un testo simile rispetto alla sovraesposizione del sesso, quasi da fast food non sarebbe quasi casto?

Non so se prima una donna si fosse mai raccontata senza veli, così a fondo e senza troppi giri di parole in una canzone, durante il suo scoprire l’amore. Quello da essere un tutt’uno con ció che è corporeo. Forse in qualche caso era stata sfiorata L’onda della sensualità e si trattava sempre di canzoni scritte da uomini e cantate da interpreti femminili. Anche io non riuscii a capire il perché di quella censura poi presto, in qualche modo, ritrattata, grazie agli inviti al Maurizio Costanzo Show. Maurizio Costanzo, letta la notizia della censura, mi invitò più e più volte a cantarla nella sua versione integrale proprio per poterla riscattare nella sua eleganza di racconto. Il primo verso era indubbiamente forte, ma ne avevo cercato una traduzione per metafora che fosse sempre giustificata e pudica. L’Eros raccontato dall’ Arte intera, che fosse poetica, letteraria, pittorica, scultorea, fotografica e cinematografica, è sempre stato assolto, legittimato. Mai giudicato volgare, proprio perché reputato puro e addirittura nobile. Si parla d’Amore e del suo sublimarsi in un atto dolcissimo.


Cosa può dirci di un interprete di rara sensibilità come Eduardo De Crescenzo e del genio inesauribile di Bacalov?

Eduardo De Crescenzo resta una voce unica, soave, incredibile, importante e non ancora sostituita del nostro panorama musicale. Merita ancora tanta luce e tanta buona musica da cantare. Lo abbiamo paragonato più volte a Steve Wonder e, sicuramente, il paragone è perfetto. La stessa capacità di muovere la voce con disinvoltura tra pieni e falsetti, la stessa dinamica, la stessa sensibilità, gli stessi voli emozionali e la stessa musicalità nella scelta dei preziosismi e fioriture del suo canto. La stessa fantasia, la stessa levatura artistica. Fu un onore per me aver scritto “Come mi vuoi”, anche questa entrata di diritto nella mia piccola storia da quel Sanremo del 1989. Luis Bacalov aveva già lavorato per alcuni arrangiamenti importanti con il mio produttore Antonio Coggio. Fu lui che volle presentarci. Fu una grande esperienza. Ricordo che passavamo ore a parlare di musica. Lui si sedeva al piano e mi faceva sentire tante cose che analizzavamo nella loro bellezza. Gli piacevano i bassi con cui scrivevo e armonizzavo la mia musica. In particolare mi diceva che non avrebbe cambiato neanche una virgola, che a volte aveva provato a sostituirli ma che alla fine tornava sulle mie soluzioni e mi chiedeva come facessi a sceglierli così perfetti. Io gli confidai che avevo avuto la fortuna di avere un maestro che aveva scritto dei trattati sull’ argomento e di cui avevo “meritato” la lettura. Una sorta di suo studio fatto di ragionamenti e tabulati dedotti per le parti che si muovono secondo qualche regola che porterebbe alla scelta “ineluttabile”. Questo lo conquistò particolarmente. Ricordo che un giorno si mise ad improvvisare al piano alcuni tanghi argentini. Li suonava scrivendoli al momento e fu lì che decidemmo di comporre insieme il brano “Il nodo, la gabbia, il seme”, un brano sulla libertà che lui da argentino doc amò da subito.

Quando scrivi per voci importanti come quelle di Morandi, Zero e Bocelli cosa prendi in considerazione? La carica emozionale della musica, la sua possibilità di rivolgersi a tutti nel tempo, anche a generazioni e a mode diverse, il linguaggio universale e il potenziale alto della nostra vera radice melodica che oggi si è contaminata troppo di culture lontane frammentandosi e a volte perdendosi.


Quanto è ancora attuale Spalle al muro?

Mai come adesso è stato messo in evidenza dal periodo di emergenza sanitaria che abbiamo attraversato. Bello il dettaglio delle mani che si tenevano di quella coppia anziana ricoverata in terapia intensiva... Che tenerezza infinita! È attuale perché è la vita… un rituale che si compie! È un passaggio fragile. Il silenzio che ci affoga, le energie che chiamiamo a noi per farcela ancora, i pochi che ci vengono a trovare sull’ inizio di un tramonto. Riverberi di luce rossa, nostalgia, immagini, ricordi, solitudini, e quei sospiri mentre, ripiegati su noi stessi, facciamo l’inventario dei giorni e ci promettiamo ancora di risvegliarci.


Quanto è cambiata la discografia negli ultimi 10/15 anni? Ti ci ritrovi ancora?

Io sono nata artisticamente quando forse quella discografia iniziava a cambiare e non era più così eccitata all’ idea di fare nascere i cantautori di nuova generazione. Senza addentrarmi in discorsi sulla rivoluzione della fruizione della musica e quindi del salto epocale dai dischi allo streaming, alla sostanziale differenza tra il reale e il virtuale, alla scomparsa di reali parametri di mercato della musica prodotta e sulla qualità della stessa, mi soffermo ad analizzare cos’ è accaduto all’ interno di quelle strutture che erano preposte a fare a monte delle scelte, con competenza di ruoli e con responsabilità, selezionando a dovere prima per impedire l’ imbarbarimento e il decadimento dell’ intero settore. Man mano nel tempo ho notato che gli uffici “artistici” sono diventati sempre più uffici “contabili” o di “marketing” che, per carità, servono per tenere sotto controllo l’ andamento o la riuscita di ogni progetto, anche perché si presuppone sempre l’ impiego di un investimento economico, ma non credo che negli anni d’ oro si partisse dai numeri. La musica non è una lotteria. Né può essere considerata e diffusa e imposta come tutti gli altri prodotti di mercato. La musica non segue le stesse regole. Tutti i prodotti, di qualsiasi genere, si rivolgono per lo più ad una richiesta “fisica”, mirano a coprire un bisogno “materiale” da soddisfare. La musica si muove altrove. La musica ti viene a bussare quando meno te l’aspetti, ti cerca lei e la tua anima, non il tuo corpo, le dà retta. Siamo anime inserviteda un po’ di tempo e tutti quei discorsi e quei calcoli ragionati e quei tabulati, in questo senso, non sono stati utili se non a fare fallire anche le più grandi aspettative. Tu puoi riempire di merce gli scaffali quanto vuoi, ma resta tutto lì, se l’ anima non viene soddisfatta.

Programmi e progetti?

Tanti… Sempre COVID permettendo ! Sono in tour, con vari momenti di stop, già da due anni con Grazia Di Michele e Rossana Casale, per un progetto molto bello che si chiama “Cantautrici” con cui ci dedichiamo anche alle giovani leve della canzone d’ autore. Un progetto tutto al femminile che si correderà di un album di canzoni inedite scritto a tre di prossima pubblicazione. Inoltre ho quasi finito di registrare il mio prossimo album, da cui avevo fatto ascoltare nel maggio dello scorso anno, in anteprima, il singolo “Povero Dio”. Sto scrivendo molta musica che spesso diventa colonna sonora di eventi importanti come la mostra di Lorenzo Marini, esposta a Siena fino ad Ottobre dal titolo "Di segni e di sogni".

A proposito delle tue colleghe hai collaborato con Loredana Bertè, la Pausini e l’immensa Dionne Warwick, vuoi raccontarci un aneddoto che vi riguarda o qualcosa di loro?

Loredana la amiamo per la sua forza trascinatrice, è un vulcano di donna, è una “contro” da sempre che non le manda a dire in ogni occasione. Una verace! Un vero pettirosso da combattimento come il titolo dell’album in cui era inserita la mia canzone “L’ esodo”. Con Laura ho partecipato ad un progetto di solidarietà che lei riuscì a mettere in piedi con una disinvoltura incredibile da vera manager consumata. Eravamo a San Siro, una giornata intera di musica non stop per i terremotati dell’Abruzzo ed eravamo tutte donne e lei una forza della natura per far fronte a tutto questo! Grande! Con tante altre donne è stato bello collaborare, come con Syria o con Mietta, con cui abbiamo trascorso insieme le gioie e i “dolori”, per così dire, di quei giorni in “cattività” del Music Farm e condiviso palestra, notti insonni, risate, giochi, gare e quant’altro, ci siamo ancora di più conosciute e legate e per lei spero di tornare a scrivere come ai bei tempi de “Il gioco delle parti”… ma è di Dionne Warwick che voglio raccontare! La conobbi in occasione del Concerto di Natale in Vaticano, mi chiese di pensare ad una canzone per lei. La scrissi e gliela inviai per email. Lei mi rispose che le piaceva tantissimo e che sarebbe venuta a registrarla a Roma in studio con me. Il più bel regalo me lo aveva fatto ancora una volta lei. Mi organizzai per andare ad accoglierla in aeroporto a Fiumicino. Mi aspettavo di vedere arrivare un gruppo di persone insieme a lei che la proteggessero, dei bodyguard come è di consueto. Invece arrivò completamente da sola, con un cappellino sulla testa, scarpe da tennis e in tuta sportiva come una qualsiasi turista teenager. Mi salutò con la mano come a dire: "Here! I am!" Cioè "Eccomi, sono qui!" Bellissima! Ecco come sono i grandi!!!

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