Play Boy: il ritorno del Braghettone

Aggiornamento: 30 gen

Cosa c’è di più divertente di vivere nella società di oggi, col ricordo di come stavano le cose prima? Nulla. E sapete perché? Perché se si ha la pazienza di aspettare prima o poi tutto ritorna, ma invertito di 180°.

Prendiamo il comune senso del pudore. Nel 1953 Hugh Hefner, giovanotto di belle speranze e dalle idee chiare, lancia una rivista che riprende lo stile delle pubblicazioni proibite che andavano alla grande nella peccaminosa Francia post II Guerra Mondiale, con uno spruzzo di burlesque e ammiccamenti alla Mae West: Playboy.

Scandalo. Lo status quo conservatore e perbenista etichetta Playboy come strumento del demonio, mirato per scardinare la società e far precipitare l’America nella lussuria e nella decadenza più nefanda. Hefner, furbacchione, non si difende. Anzi, pesta sull’acceleratore e crea un mito Playboy per cui il meraviglioso mondo nuovo è il suo, e non quello di Happy Days o Eisenhower. Playboy diventa cool. È la voce della parte liberal USA, che combatte a suon di respingenti polmonari il bigottismo e l’ipocrisia. Quando la giovane Marylin Monroe appare nuda nella celebre foto sul drappo rosso è un cambio di paradigma culturale pari a quello sancito da Copernico e Galilei tre secoli prima. Playboy non è conformista. Spazza via le convenzioni, l’ipocrisia, perché non vuole aiutare lo status quo. Lo vuole demolire.

Quindi i primi seni, poi i primi nudi integrali, le prime pin up girl di colore, e tutta una serie di shock al sistema. Era rivoluzione? Sì. Anche quella era rivoluzione.

Poi che succede? Poi succede che come chiarisce molto bene il proverbio “da giovani incendiari, da nonni pompieri”.

Succede che arriva il politicamente corretto. Il #metoo. Il “sono non binario, genderfluid, bau bau micio micio, e amo il mio lato femminile”. Succede che i rivoluzionari di ieri diventano i bigotti di oggi.

Panorama mondiale. Ci sono Paesi ammirati, amati, sognati, invocati. L’Italia è un paese omofobo, sessista, patriarcale. Altro che Paesi come la Danimarca, o la Nuova Zelanda. O l’Australia. Scherziamo? Sono paradisi illuminati. Dove la persona è libera di esprimersi e le leggi sono inclusive e rispettano tutti.


Bene. Sono anche Paesi bigotti. Paesi dove da qualche tempo nell’edizione locale di Playboy di botto sono apparsi coniglietti che coprono le parti più peccaminose. Più o meno come succede nei paesi islamici. Logo a coniglietto che copre i capezzoli, perché non si possono far vedere. Come la vogliamo chiamare? Censura? Pruderie? O magari volendo far sfoggio di storia dell’arte, il ritorno di Daniele da Volterra, alias il Braghettone, che mise le mutande agli affreschi della Cappella sistina?

Ovviamente non è così, e stiamo travisando. Si tratta di rispetto. SI tratta di evitare il sessismo. Ma allora perché pubblicare Playboy, se poi copri i capezzoli? Non acquistare a licenza per il tuo paese, se la ritieni una pubblicazione che così come è non va bene e devi modificarla.

Fin qui però siamo a livello di intervento da fuori. Esiste il prodotto e io licenziatario locale lo modifico per adattarlo al mio clima culturale. Autocensura? Si potrebbe dire così, ma andiamo più a fondo.

In realtà il problema è più serio. Di Playboy esistono edizioni in decine e decine di paesi. Non solo USA o Europa. C’è Playboy Africa, Playboy Sudafrica, Playboy Tailandia, Playboy Australia, Playboy Nuova Zelanda. Insomma, edizioni in paesi dove esistono etnie diverse da quella caucasica occidentale, e dove le donne non sono tutte bianche. Eppure, se si vanno a vedere queste edizioni sembra che nella razza umana accanto a esemplari maschili di tutte le etnie (caucasici, neri, asiatici, latinoamericani), esista un'unica tipologia di donna: quella bianca caucasica, bionda o mora, con poppe di misura rispettabile.


Un esame di Playboy Africa o Playboy Sudafrica, nazioni e continenti dove la percentuale di donne di colore in teoria dovrebbe essere elevata, porta alla straordinaria scoperta che le donne di colore non esistono. O forse sono tutte talmente brutte da non meritare servizi su Playboy. Idem per le donne Maori in nuova Zelanda, o per quelle Aborigene in Australia.

Razzismo? Massì, diciamolo. C’è un razzismo sottile, inespresso ma talmente evidente da far quasi sorridere.


E allora torniamo all’inizio. Se prima Playboy era ribelle, era contro, oggi è il conformismo più totale. Si coprono i capezzoli perché il politicamente corretto - e una distorta visione del rispetto verso le donne - lo impone. Si ignorano le altre etnie come possibili pin up perché l’élite culturale di oggi, ossia quella controcultura che è cresciuta e ha preso le redini della produzione culturale, in realtà è razzista tanto quanto chi la precedeva. Solo più educata e leziosa.


Il Braghettone è tornato, e lotta per un mondo più inclusivo.

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