Progressione stellare: i Chronomaster Project


Quando si vuole esporre al pubblico un progetto originale e profondo, gli aggettivi si sprecano. Di solito, maggiore è il numero, e meno le idee sono chiare. E fin qui ne abbiamo utilizzati già due. Del novero, poi, molto in voga sono “articolato”, “ambizioso” … Spesso abbinati a perifrasi come “sulla scia delle grandi opere che hanno segnato il genere”. Sarebbe davvero un gran torto, imperdonabile pigrizia, utilizzare simili soluzioni preconfezionate per illustrare i pregi di un disco come “Android Messiah” (Elevate Records), prima prova dei Chronomaster Project. Ma, d’altra parte, che coordinate indicare per quella che si propone come una metal opera multimediale, appositamente concepita per intrecciare su più livelli musica, narrazione, e un’idea di fondo che prima che fantascientifica è filosofica? Forse la cosa migliore è andare per gradi. Tralasciamo dunque i massimi sistemi, oppure le disquisizioni da pub sul fatto che il metal è in stasi da dieci anni (“no! Da quindici!”) e chiacchiere borchiate annesse. Parliamo invece di “Android Messiah”, prendendolo come la prova del fatto che è possibile raccontare una storia anche andando contro le presunte “regole della comunicazione”, che impongono urbi et orbi un impoverimento di contenuti e forme spacciato per attica semplicità.

A onta di ciò, infatti, i Chronomaster Project non solo conoscono bene certi stilemi, ma per di più non hanno timore di farne l’alfabeto con cui scrivere la loro opera prima. Debuttano mettendo sul tavolo gran parte del bagaglio del metal progressivo degli ultimi decenni, quanto alcune ascendenze estreme – come la comparsa occasionale di teatrali harsh vocals o di un riffing thrasheggiante - ormai linguaggio universale anche per band di altri ambiti, il tutto coniugato da una produzione pulitissima.


E se il punto di partenza dato dal concept sci-fi non è di per sé una novità – basti pensare a quanto fatto negli anni dagli alfieri del melodeath nostrano, i Lunarsea – qui il tutto è declinato in senso non estetizzante, ma archetipico, per raccontare un’esplorazione cosmica che è prima di tutto una ricerca di sé, un costruirsi dell’identità che il Messia cibernetico del titolo assembla in termini metafisici. Si parla di conflitto, di conoscenza, di tempo, in un vero e proprio tributo alla space opera metal di Douglas R. Doker, Docker’s Guild. Un salvatore, quello del disco, potente quanto problematico, destinato a proteggere il suo pianeta (TAU1) da un nemico sconosciuto, un invasore che via via prende le forme di una specie dall’aggressività insanabile, e che conosciamo molto bene…

L’intero viaggio interstellare (e temporale) viene reso musicalmente tramite dieci brani che associano spunti sinfonici, basi classicamente power e virtuosismo tecnico: una ricetta capace di definire di volta in volta, senza troppo ripetersi, le tappe del percorso che scandisce le vicende dell’album. Sta forse qui il solo limite, naturale, all’inventiva di cui “Android Messiah” fa sfoggio: inserirsi tra le prime file delle produzioni genericamente progressive, ma senza spingere più in là l’asticella del linguaggio in questione. Ma non si può davvero chiedere di più a un debut!


Tantissimi gli ospiti di pregio, di cui vale la pena citare almeno l’immarcescibile Chris Boltendhal, la cui ugola di carta vetrata resta un marchio riconoscibilissimo, e Mike Mill di casa Ayreon. Più che abbastanza per far intendere la cifra del disco a chi bazzica l’ambiente, mentre per tutti gli altri si raccomanda soprattutto la vecchia abitudine dell’ascolto ripetuto, perché non abbiamo a che fare con un lavoro che punta sul singolo facile, bensì di una costruzione che acquisisce solidità e sfumature solo se le si concede tempo e attenzione, testi compresi. Chi lo vede come un difetto, proprio non ha capito cosa si perde!


Il gruppo è composto da:

Fabio Rancati: story, producer

Lele Mr Triton: keyboards

Luigi Jamundo: main composer, guitars, bass

Giorgio Novarino: bass

Enrico “Erk” Scutti: vocals

Carlos Cantatore: drums

Leonardo Porcheddu: lead guitars

Douglas R. Docker: lyrics

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