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The Whale, un film da Oscar

Aggiornamento: 9 ago 2023

The Whale è un film americano del 2022 diretto da Darren Aronofsky - regista di opere memorabili come Requiem for a Dream, The Wrestler e il Cigno Nero – in questa occasione mette in scena un lungometraggio introspettivo, critico e disturbante, ponendo l’attenzione sui labili confini della figura umana, in perenne equilibrio tra la ricerca di un ordine (sanatorio) e la spinta distruttiva che conduce ad un buio baratro.

Questa dicotomia è uno dei topoi fondanti della cinematografia del regista, che per manifestarsi al meglio ha bisogno di prestazioni attoriali magistrali su cui costruire storie e personaggi incisivi.

In questo caso la scelta è ricaduta su Brendan Fraser, che diventando Charlie (il protagonista del film) offre un’interpretazione eccezionale, tanto da valergli un Oscar come miglior attore.

Un premio che sa di consacrazione e rivalsa (tematica molto amata negli USA), frutto di una prestazione sfaccettata e ricca, colma di intensità, credibilità e ottima presenza fisica; quest’ultima è affiancata e sostenuta dal lavoro svolto dai truccatori - anch’essi insigniti di un premio, nella categoria miglior trucco e acconciatura - che realizzano degli effetti prostetici notevoli e d’impatto.

La vicenda narrata ha come protagonista un professore d’inglese gravemente obeso che vive una vita solitaria all’interno del suo appartamento.

Gli unici rapporti sociali che mantiene regolarmente sono con i sui studenti online (ai quali non si è mai mostrato) e la sua amica e infermiera Liz che si occupa di lui.

Tutto cambia quando entra in contatto con Thomas, un missionario della New Life Church che lo soccorre durante un attacco cardiaco, standogli a fianco e leggendogli una tesina sul Moby Dick di Melville (il titolo del film è un evidente citazione all’opera, come lo è la metafora tra la balena e Charlie).

Questo sarà il preludio della trama che seguirà gli ultimi giorni di vita del nostro protagonista.

Il rapporto d’aspetto è poco convenzionale, il regista decide di utilizzare un 1,33:1 che rende le proporzioni dell’immagine molto più schiacciate e ristrette sull’asse orizzontale; questa scelta stilistica conferisce un determinato approccio di fruizione del film e si rivela una decisione intelligentissima perché annulla la possibilità di evasione dello sguardo dello spettatore.

Tutto è al centro della scena, soprattutto i personaggi, che rinchiusi in questa cornice opprimente, vanno a riempire ogni angolo dello schermo, restituendo perfettamente un senso di prigionia e claustrofobia; entrambe metafore della condizione vissuta dal protagonista.

L’obesità, e di conseguenza lo stato fisico (esagerato) di Charlie, limitano drasticamente i movimenti che può eseguire; perciò, lo spazio oltre ad essere una tematica portante della narrazione del film, attraverso questo stratagemma tecnico, diviene un elemento attivo e partecipativo, trascendendo il suo scopo originale, ovvero quello di essere un mero sfondo su cui proiettare delle ombre, e assumendo connotazioni “umane” alla pari di chi lo abita. È un attore invisibile che recita battute mute, è impalpabile ma onnipresente.

In questo luogo siamo scomodi, stretti, fuori posto in ogni momento noi (spettatori) e loro (personaggi), per muoverci fatichiamo e come se fatichiamo, siamo perennemente accompagnati da lamenti, sospiri, soffi, vibrazioni che diventano una parte della colonna sonora, che pesano come le parole che si pronunciano, che hanno una rilevanza totale e vanno tenute in considerazione alla pari di ciò che si dice.

Il film comunica su diversi piani, oltrepassando la canonica rappresentazione cinematografica, poiché dietro ogni scelta, di inquadratura, di fotografia e di posizionamento, si può riscontrare una cura minuziosa e studiata. Ognuno di questi elementi porta con sé un messaggio che arricchisce ciò che si sta vedendo, riscrivendo i messaggi della narrazione dialogica. Aronofsky mette in scena un gran film, perché sa come si fa cinema e sa quanto sia importante lavorare su questi elementi, arrivando allo spettatore in maniera multidirezionale, perché mentre le immagini viaggiano sullo schermo, in modo silente noi spettatori assimiliamo concetti di cui non ci rendiamo pienamente conto, ma che indirizzano il nostro pensiero. Veniamo condotti e trasportati in una vita che non ci appartiene, ma che comunque riusciamo a capire, a comprendere, accettando o respingendo quello che ci viene proposto.

Ed è questo un altro grande pregio del film, non cerca di convincerti di un qualcosa in cui non credi – certo, spinge, e tanto, sulla direzione drammatica e melodrammatica, sul sentimentalismo e sull’emotività – ma con sapienza offre l’opportunità di capire e di scavare visceralmente su quale sia la condizione umana, astenendosi da giudizi affrettati.

L’aspetto meraviglioso appunto è la pluralità di voci che vengono presentate e le diverse prospettive che si scontrano tra di loro, alternandosi con buona cadenza e ritmo.

I personaggi appaiono dal nulla, da uno spazio che non abbiamo avuto modo di conoscere se non per quello che ci viene detto, o per le poche occasioni in cui riusciamo a intravederlo, è come se arrivassero da dietro le quinte, senza aver bisogno di un’introduzione.

C’è da ricordare che il film trae origine dall’omonimo dramma da camera sceneggiato da Samuel D. Hunter che ha partecipato alla realizzazione di questo film in veste di sceneggiatore, senza andare ad alterare forma e struttura per questo adattamento.

In sintesi, The Whale è un film che mostra come la vita sia ricca di sfaccettature e di come esistano molteplici sfumature di grigio che definiscono i rapporti relazionali e motivano le scelte che prendiamo.

La drammaticità e il sensazionalismo del film devono assolutamente essere smorzate da questa nota cinica e critica, che è presente come sottotraccia per tutta la durata della pellicola ma sulla quale si è deciso di chiudere un occhio per il finale (purtroppo). Nell’epilogo, infatti, c’è la sublimazione della compassione e del buonismo, che vanno così a contraddire tutto ciò che era stato detto finora. I tasti che si vanno a toccare sono quelli dell’emotività, della compassione e del perdono, andando a discapito della matrice cinica su cui era stato costruito il film. Un vero peccato non andare su una deriva più scorretta, che avrebbe sicuramente scontentato il pubblico ma che avrebbe lanciato un messaggio forte, violento, reale e ancor più drammatico: non esiste bene o male.

Quello che ci viene proposto, è un finale agrodolce, che si rimangia quello che si è detto durante tutto il film, preferendo una connotazione più morbida e furba, giocandosi il tutto per tutto sullo strappare le lacrime (non di balena ma di coccodrillo).


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