“Una squadra” di Domenico Procacci

Prima al cinema e poi sul piccolo schermo le magie degli Azzurri in Davis

In questi giorni al Foro Italico impazzano gli Internazionali di Tennis di Roma, con alcuni tennisti italiani che si stanno facendo valere. In primis ovviamente un Sinner assai cresciuto negli ultimi tempi, che dopo essersi liberato in scioltezza dello spagnolo Pedro Martinez, con un po’ di fatica in più di Fabio Fognini nel “derby” italico e poi nuovamente in due set dell’ostico serbo Krajinović, proprio mentre scriviamo si sta preparando a un confronto sulla carta durissimo col greco Tisitsipas, n° 4 del seeding. Senza contare i così ruspanti Bolelli e Fognini, ancora in corso nel torneo di doppio. Possiamo però candidamente confessare, adesso, che a questi Internazionali ci siamo arrivati già coi lucciconi agli occhi, per via di una scoperta avvenuta al cinema la settimana prima. Trattasi naturalmente di Una squadra, il film evento approdato nelle sale cinematografiche lo scorso 2 maggio per restarvi solamente fino al 4 maggio, che ha così anticipato nella programmazione l'omonima serie Sky Originals. Chissà cos’altro potrà tirare fuori la serie. Intanto possiamo dirvi che la versione per le sale è qualcosa di più di un documentario: è un’epopea. Con a contaminarla lo spirito della migliore commedia all’Italiana.

Cominciamo intanto col darvi le coordinate di base: la realizzazione di Una Squadra - Il Film si deve alla Fandango di Domenico Procacci, qui anche in cabina di regia. Produttore, distributore, inguaribile cinefilo e volendo anche uomo di mondo, Procacci, il che spiegherebbe poi come sia riuscito ad “addomesticare” di fronte alla macchina da presa quei quattro monelli, che portarono l’Italia a un successo storico in Coppa Davis. Oddio, il termine “monelli” potrebbe lusingare un paio di loro, gli altri due un po’ meno. Perché il film insiste molto anche sul dualismo interno alla squadra, già noto ai tempi ed esplorato qui con grande divertimento da parte di tutti: regista, protagonisti e non ultimo il pubblico, visto che quella gustosa diatriba che vedeva da un lato lo stile di vita più morigerato degli “ammogliati” Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, dall’altro le continue intemperanze degli scapestrati Paolo Bertolucci e Adriano Panatta, quest’ultimo autentico playboy della comitiva, è fonte di aneddoti a non finire, tutti alquanto succulenti e pepati. Altro ingrediente fondamentale: Nicola Pietrangeli, monumento a sua volta del tennis azzurro, che in qualità di “capitano non giocatore” seppe portarli alla vittoria in Cile per essere poi “defenestrato” in una delle edizioni successive; tutto ciò anche a causa di quel clima interno alla squadra, indubbiamente turbolento, testimoniato in più occasioni dallo stesso Mario Belardinelli, il dirigente sportivo venuto poi a mancare nel 1998.

Proprio in merito allo storico trionfo del 1976 va comunque riportata una dichiarazione, assai esplicativa, del buon Pietrangeli: «Io non mi prendo nessun merito sportivo, perché in campo ci vanno i giocatori. Ma mi prendo il merito, e non lo divido con nessuno, di averli portati a Santiago.» Difatti, nel confezionare un godibilissimo documentario sportivo emulando tanto gli stilemi della commedia all’italiana che, a tratti, quelli del thriller politico, Procacci si sofferma a lungo sulle circostanze che rischiarono di far boicottare al team azzurro quella finale. Dire oggi che sarebbe stata una gran sciocchezza è troppo poco. Tanto più che, monitorato a suon di esempi l’ottuso ostracismo ideologico dei vertici del PCI e di certi ambienti di sinistra (lo stesso Domenico Modugno, diciamocela tutta, non ci fa qui una gran bella figura, con la sua canzoncina sarcastica nei confronti degli atleti italiani), il regista ci tiene a sottolineare anche come furono proprio i diretti interessati, ossia gli esponenti più autorevoli dell’opposizione clandestina in Cile, a far ragionare i più dogmatici compagni italiani sul fatto che un boicottaggio del genere avrebbe di fatto rafforzato in patria la posizione di Pinochet. Se ne dovrebbero magari ricordare, per inciso, quei mediocri politici che oggigiorno sono purtroppo al governo in Italia, Europa e Stati Uniti, allorché avvallano grottesche, insensate, inique esclusioni di sportivi e artisti russi o bielorussi. Ma il solo comparare con il presente ciò che si vede nel film di Procacci può mettere tanta angoscia e tristezza, per cui procediamo.

A onor di cronaca, certi risvolti della trasferta cilena erano già presenti in un altro bel documentario realizzato qualche anno fa, La maglietta rossa di Mimmo Calopresti.

Mettendo insieme l’aneddotica dei due film esce fuori il ritratto di un’esperienza straordinaria. Se ci vogliamo però soffermare soltanto su Una Squadra - Il Film, a commuoverci realmente è in fin dei conti il modo in cui l’autore ha saputo condensare, senza peraltro eccedere nel minutaggio, tante cose cui guardare con affetto e nostalgia: il tennis romantico di quegli anni, le differenti personalità degli atleti azzurri, il loro modo di scherzare non sempre – per fortuna, diciamolo a gran voce – “politicamente corretto”. Le memorie della vittoria del 1976 in Cile hanno giustamente molto peso nel documentario. Con l’interessante controcampo rappresentato, tra l’altro, dalle interviste ad alcuni uomini di cultura cileni e ai giocatori stessi che scesero in campo contro l’Italia. Ma in Una Squadra - Il Film vi è molto altro. Per cui vogliamo chiudere questo conciso invito a recuperarlo, in qualche modo, o ad aspettare al varco la docu-serie, segnalando la parentesi intensa e picaresca del confronto di Davis con la Spagna di Manuel Orantes e José Higueras. Con tanto di comportamenti antisportivi da parte del pubblico iberico e scazzottata finale, nella quale rimase coinvolto anche Panatta. Ma a sentir raccontare l’accaduto, da parte dei quattro moschettieri azzurri, l’impressione è di trovarsi all’improvviso su un set cinematografico, chissà se quello di un ipotetico sequel di Amici miei… o piuttosto una pellicola con Bud Spencer e Terence Hill!

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