Alberto Rossi: "La longevità di Un Posto al Sole? Il segreto è Napoli"
- Vito Tripi
- 23 ore fa
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L'attore, volto storico della daily soap che celebra 30 anni nei panni di Michele Saviani, riflette sulla sua evoluzione professionale e sulla TV italiana: “Le nostre fiction non travalicano i confini. Gli stranieri investono molto di più.”

Trent'anni. Un tempo infinito, quasi un'eternità, che si misura non in stagioni televisive, ma in cicli di vita vera: matrimoni, nascite, drammi sociali e risate familiari. Tre decadi interamente trascorse nel celebre Palazzo Palladini, tra i vicoli e il cuore pulsante di Napoli. Questo è il palcoscenico di Un Posto al Sole, la daily soap che ha compiuto un piccolo miracolo televisivo, trasformando una semplice messa in onda in un appuntamento del cuore per milioni di italiani.
Al centro di questa longevità c'è la figura silenziosa ma fondamentale di Alberto Rossi, l'attore che per tutti è il giornalista Michele Saviani. Il suo non è un ruolo: è la rappresentazione di un percorso di vita condiviso. La crescita di Saviani, trentenne all'inizio e prossimo ai sessanta oggi, è stata una straordinaria metamorfosi che ha creato un legame magico con il pubblico. Gli spettatori non solo guardano le vicende del Palazzo Palladini, ma le vivono, permettendo a Michele, e ad Alberto, di entrare a far parte della loro quotidianità, come un parente stretto o un vicino di casa mai traslocato.
Ma qual è il segreto di questa alchimia, di questo patto emotivo che resiste al tempo e alle mode?

In questa conversazione, l'attore non si limita a celebrare i traguardi. Con lucidità e una punta di amarezza, getta uno sguardo critico sulla televisione italiana, incapace, a suo dire, di investire e competere con il respiro internazionale delle serie straniere. Eppure, l'elisir di lunga vita della soap esiste, ed è un nome solo: Napoli. È qui, tra il mare e le contraddizioni, che Un Posto al Sole ha trovato l'anima e gli spunti inesauribili per una narrazione che non smette mai di sorprenderci e, soprattutto, di farci sentire a casa.
Alberto tu lavori moltissimo con la televisione. Secondo te oggi essa è una buona o una cattiva maestra?
Beh, dipende da che topic uno va a guardare.Io ti devo dire la sincera verità, guardo molto on demand, cioè le serie su Netflix, oppure su Prime, perché, nelle TV generaliste, che possono essere Rai o Mediaset, è difficile di prodotti.Diciamo non c'è paragone.Devo ammettere che gli stranieri investono molto di più.
Gli americani e gli inglesi, ad esempio, hanno anche degli sceneggiatori che iniziano dei prodotti fatti e finiti, ossia con contratti per almeno 5 stagioni con tutte le trame e sottotrame ben definite. Anche gli stessi spagnoli riescono a fare delle serie che sono inevitabilmente superiori alle nostre. C'è poco da fare. Anche perché le nostre fiction è difficile che travalichino i confini nazionali. Bisogna essere obiettivi e dire le cose come stanno.
Non abbiamo dei prodotti che sono, a parte pochissimi, vendibili all'estero. È vero c'è Rai Italia che ci manda in onda in tutto il mondo, però sono proprio pochi i prodotti che si possono esportare.
Un Posto al Sole il prossimo anno arriva a fare il 30º, come si è evoluto il tuo rapporto con il personaggio di Michele Saviani nel corso degli anni?
Ma, Michele Saviani si è evoluto con la mia vita, perché loro ci seguono (i personaggi ndr) e noi seguiamo loro, per cui ci accompagniamo a vicenda. Non è un'evoluzione, è una crescita. Perché siamo arrivati sul set da piccoli adulti, avevamo 30 anni, ora a maggio ne farò 60, per cui ti puoi immaginare. Ci portiamo mano per mano io e Michele, come tutti gli altri miei colleghi, che stanno lì dal fin dal primo giorno.

Saviani è anche una figura di un giornalista impegnato nel sociale, quanto c'è di tuo e quanto senti tuo Michele?
Diciamo, non è che c'è un osmosi, come uno possa pensare, quegli attori che dicono "Ah, no, io faccio il mio lavoro, che è quello di interpretare un personaggio". Spero di farlo al meglio, tanto che, sono lì da 30 anni, forse qualcosa di buono l'ho fatta.
Mi scrivono delle bellissime storie, sono molto contento, soprattutto di questi due ultimi anni, quando c'è stata tutta la storia con Gagliotti, con il discorso dei ragazzi senegalesi sfruttati nelle campagne dell'Agro Pontino, la questione del caporalato. Si affrontano molte tematiche attuali e scottanti, soprattutto col mio personaggio e anche con quello di Marina Tagliaferri, cioè Giulia Poggi, che ha questa casa famiglia dove avvengono anche lì delle vicende molto, molto particolari. Questo anche perché la Rai vuole che noi si stia molto sul sociale, i due personaggi più esposti, tra virgolette, sono il mio e quello di Marina

C'è stata un arco narrativo, che hai visto molto più impegnativo e c'è stata qualche scena o qualche puntata che ti è rimasta particolarmente nel cuore?
Ma, guarda, è difficile rispondere. Spesso mi fanno questa domanda, e ti assicuro che dopo 30 anni con la memoria, è difficile recuperare qualcosa che mi possa essere interessato di più, perché rischierei di fare un torto ad altre situazioni di lavoro fatto e soprattutto di lavoro scritto, perché gli sceneggiatori sono sempre una cinquantina, per cui se dovessi dire che ho preferito una situazione rispetto a un'altra.
Sì, ci sono state delle vicende che mi hanno acceso di più, ma lì è un po' ciclica la cosa, un po' sinusoidale, perché ci sono sempre tre linee narrative che vanno avanti contemporaneamente, dove tu sei più o meno coinvolto, ma quello è fisiologico, quella è la nostra struttura.
Ora io ho avuto un periodo molto, molto intenso, avevo tre storie che andavano avanti contemporaneamente, ora, diciamo, che queste storie si stanno risolvendo, forse avrò un periodo nel quale, non dico sarò meno presente, perché stiamo sempre molto attivi, però come storie, forse, ci sarà qualcun altro che avrà più, tra virgolette, importanza, ecco, ma quello è normale, fisiologico.
Non è possibile che tutti i 17, 18 protagonisti siano attivi sempre, contemporaneamente, con la stessa intensità, ma è anche la bellezza del prodotto, se no poi, magari, i personaggi si esauriscono, ecco.

Un Posto al Sole è uno dei telefilm più longevi italiani secondo te qual è il segreto del suo successo?
Beh, il segreto è che hanno azzeccato la città. Giovanni Minnoli, quando fu chiamato da Elvira Sellerio, 30 anni fa, gli disse "Guarda, c'è da salvare il centro di produzione Rai di Napoli, fatti venire un'idea". Lui l'idea ce l'aveva già, ed era la voglia di fare questo prodotto che è un format australiano che va in onda da, credo, quasi 40 anni, se non 50, si chiama Neighbours - Vicini di casa. Aveva stretto i contatti con gli australiani, che sono venuti, ci hanno spiegato il know-how e abbiamo salvato il centro di produzione.
E io credo che, senza togliere niente agli altri centri di produzione, ma in nessun'altra città d'Italia avremmo avuto la stessa fortuna e, soprattutto, la stessa durata che stiamo riuscendo ad avere a Napoli, perché Napoli è foriera di storie, di umanità e poi, e poi è pazzesca come paesaggi, come posti. Cioè, dico, stiamo parlando di una delle città più belle del mondo. D'altronde, abbiamo anche tante altre città, però c'è il mare, insomma, Napoli è Napoli, c'è poco da fare!
Lavorare in una daily soap richiede un ritmo serrato Quali sono le sfide e le ricompense di recitare in un format così veloce e quotidiano?
Le sfide… Noi lavoriamo 10 ore al giorno per 5 giorni a settimana e lavoriamo tanto, facciamo 250 episodi, 150 microfilm all'anno. Non è una sfida? Non è una sfida.
La ricompensa è continuare a lavorare. Io mi auguro di poter stare su questo prodotto ancora a lungo e quella è la mia ricompensa. La ricompensa è sapere che tutte le sere vado in televisione ad abbeverarmi e più ricompensa di quella non c'è no?

E’ cambiato un po' l'ambiente lavorativo dai primi anni '90 ad oggi?
Ah, guarda, all’inizio eravamo un po' su un'isola deserta, spaesati. Eravamo un'armata Brancaleone e dovevamo partire per questa avventura e non sapevamo bene cosa fare. Abbiamo fatto delle settimane di simulazione, poi c'erano anche gli australiani che ci insegnavano il metodo e, ovviamente, era tutto molto problematico, si perdevano un sacco di scene al giorno.
Però avevamo la scadenza per un certo giorno, perché dovevamo andare in onda e siamo partiti. Siamo partiti e abbiamo messo in moto questa macchina e poi l'abbiamo perfezionata e ora è una macchina che praticamente va da sé.
Ogni giorno si entra e si esce di corsa, si alternano personaggi, le storie cambiano e si intersecano. Ora è entrata nel cast pure Whoopi Goldberg, e ti puoi immaginare, siamo l’unica fiction italiana ad avere al suo interno un premio Oscar, questo è il regalo, che ci hanno fatto sia la produzione che la Rai per il trentennale.
Guardando un po' indietro c'è qualcosa, professionalmente parlando, che avresti voluto fare e non hai fatto o, di contro, qualcosa di cui ti sei pentito in un certo modo?
Ma, oddio, forse il non aver fatto la terza serie dei Ragazzi del Muretto, lì per lì pensai che fosse un errore, invece no, perché poi mi ha dato l'opportunità di fare il provino per Un Posto al Sole. Sai nel nostro lavoro il tempismo è importante, perché è quello che ti salva la vita oppure ti frega, è quello che ti fa arrivare al momento giusto nel posto giusto com’è successo a me.
Magari se avessi fatto la terza serie, che ovviamente non ha avuto la stessa fortuna delle prime due serie dei Ragazzi del Muretto, il mio percorso sarebbe stato un altro, per cui va bene così. Dagli errori si impara sempre, perché io avevo detto no alla Rai la quale, giustamente, per un periodo mi “frizzò”. Dopotutto se dici di no alla Tv di Stato per un periodo stai buono e tranquillo, poi se ne riparla, ma è giusto così perché alla fine tutto è andato come doveva andare.
Qual è il consiglio più prezioso che daresti a un giovane attore che volesse iniziare la carriera, di una soap così?
Mamma mia, domandone, perché ovviamente non è come 30/35,anni fa, quando ho iniziato io. C'è molta più offerta e molta meno domanda. Io gli direi di mettersi il casco e vedere che cosa succede, perché è tosta, è veramente tosta. Io ho una figlia di 12 anni, che tra un po' finirà la terza media per poi fare il liceo. Ecco se un giorno dovesse dirmi "Papà, voglio fare l'attrice come hai fatto tu, come mi comporterei?"
E’ difficile. Non saprei che cosa consigliare. Considerando poi che, non essendo un mestiere tutelato, per il semplice fatto che non c'è un albo, solo l'1% soltanto di coloro che frequentano lo spettacolo riesce a condurre una vita dignitosa e soprattutto riesce a condurre una famiglia con dei figli. Cioè lo spettacolo è tutto rose e fiori, tutt'altro. È un periodo di crisi pazzesco, pazzesco.
Eh, per cui non saprei veramente che cosa consigliare. Forse starei zitto o direi "Boh, fai tu", ecco.
Senti, in ultimo, hai altri progetti professionali in cantiere o delle idee, dei sogni?
Ho un film di un regista esordiente molto bravo, si chiama Enzo Morsillo, di cui ci sarà la premiere al Caserta Film Festival, si chiama Apocalisse Napoli. Poi dovrebbe uscire un film su Netflix che ho fatto con degli olandesi, molto carino, che si chiama The Dachelor e poi sto facendo provini.
@albertorossiofficial




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