Don’t Look up! Da quella della Lieta Novella a quella della pandemia

Aggiornamento: 15 gen

Non ci sono più le comete di una volta. E neppure le Rivelazioni.

“La più grande beffa che il Diavolo abbia mai fatto al mondo è stata quella di convincere tutti che non esiste.” (Verbal Kint-Keyser Söze)


È il film del momento. Èd è senza dubbio quello che ha maggiormente scosso le coscienze da diversi anni a questa parte. Un clamoroso successo natalizio sull’asse cinema-tv-app. Si direbbe a buon diritto perché per un tale consenso snocciola un gran numero di ottime ragioni. È ben girato, concentra un cast stellare, si articola agilmente su diversi registri, combina catastrofismo e potere dell’informazione, fantapolitica e intimismo, riscrive alcuni cliché tipici del disaster movies come quello del riconciliarsi grazie all’imminente devastazione. Miscela di elementi che ne fa un prodotto medio-alto, giusta via di mezzo tra intrattenimento e impegno. Dunque, tante buone ragioni, la principale però è che è un perfetto prodotto di marketing. Ben pensato, ben confezionato, ottimamente promosso. Il prodotto di marketing perfetto non è quello che intercetta le aspettative di un potenziale consumatore e non è neppure quello che crea un nuovo mercato. È quello che non fa intuire di essere un prodotto di marketing. Intendiamoci, non c’è alcuna critica di tipo etico in tutto ciò, è unicamente una constatazione. Passandolo al setaccio, abbiamo:


1) Personaggi simpatici quanto basta per renderli accattivanti ma a cui non ci affezioniamo perché sono vistosamente rivoltanti. Riassumono in sé stessi tutta quella gamma di caricature che ci sono familiari perché da Martian Attack a South Park, passando per Sesso & potere fino a La Seconda Guerra Civile Americana siamo abituati a vederceli sfilare davanti. Siamo autorizzati a detestarli perché sono depositari di tutto ciò che ascriviamo al peggio. Sono vacui, viziosi, corrotti, amorali, cinici. Il giudizio è unanime, e lo è perché sono telefonati.

2) Abbiamo lo scienziato provincialotto (un Leonardo Di Caprio, in gran forma) che sparato fuori dal suo rassicurante anonimato si lascia sedurre compiaciuto dalle luci della ribalta. Nonché dalla ritoccatissima anchor woman del talk show mattutino (Cate Blanchett non ha bisogno di trucchi di scena, il botox è più che sufficiente. Per riconoscerla è necessario ricorrere ai titoli di testa. Alla faccia del Me Too), ad alto tasso di disincantato cinismo. Abbiamo un Presidente degli USA (Meryl Streep) messo su dalla lobby dei cellulari a cui deve rispondere come un cagnolino, (esattamente come ogni presidente USA. Anche quelli che ci piacciono di più) nonché genitore del suo capo di gabinetto (Jonah Hill), ma non si può neppure parlare di nepotismo illuminato perché sono entrambi ignoranti come zappe. Abbiamo la pasionaria (Jennifer Lawrence) che se è possibile riesce a incasinare anche di più l’opinione pubblica e a distribuire panico in quantità planetarie. E c’è il magnate-mistico (Mark Rylance). Quello che nella fenomenologia dell’era digitale ha soppiantato filosofi e sacerdoti. Il Job in maglioncino che, dispensa ipocritamente ecumenici messaggi colmi di solidarietà e speranza, mentre conta le proiezioni di profitto.


In sostanza abbiamo una serie di pessime figure che abbiamo imparato a riconoscere. solo che si fermano allo status di cliché senza ergersi a quello di figure allegoriche. E questa è la forza del film. Cattivello ma non caustico. Impegnato, sì ma non troppo. Allusivo? Certamente ma senza esporsi. Coraggioso, persino. Ma entro certi limiti. Furbo? Enormemente.

Il film esce alla vigilia. Nei due giorni in cui tradizionalmente si va al cinema, vale a dire il 25 e il 26, Netflix fa il botto di visualizzazioni e simultaneamente i cinema rischiano la bancarotta, cercare un nesso diretto tra i due casi è un eccesso (entrano in gioco il panico da risalita dei contagi, le ulteriori restrizioni, i portafogli sempre meno gonfi, la progressiva disaffezione alla sala) ma intanto una bella spallata a un settore già messo in ginocchio da due anni di chiusure, l’ha data.


“Gli effetti della pandemia Covid hanno accelerato un processo già in corso, ma quest’anno nel mondo i ricavi degli abbonamenti per video on-demand supereranno quelli da botteghino. Ed entro il 2024 saranno il doppio di quelli ‘fisici’. Lo afferma un report dell’area studi Mediobanca sul settore Media & entertainment. La corsa degli Over the top non si ferma e anzi si rafforza con la domanda da epoca Covid, venendo certificata dall’indagine Mediobanca, basata sulle 16 multinazionali del settore da fatturati minimi di due miliardi di dollari, con l’86,5% di questi ricavi generati da gruppi Usa. Nel 2019 i ricavi totali on-demand e da botteghino (compresi i parchi divertimento che erano una grossa fetta pre Covid) si pareggiavano attorno a quota 40 miliardi di dollari, mentre quest’anno per la prima volta avviene il sorpasso. E avviene in modo clamoroso: 45 miliardi di dollari di ricavi per l’on line e circa 15 per gli incassi ‘fisici’, cinema compresi ovviamente. La risalita di questi ultimi secondo lo studio sarà molto lenta e non raggiungerà a breve i precedenti 40 miliardi, con l’on-demand che nel 2024 dovrebbe sfiorare gli 80 miliardi.


Quindi in buona sostanza, proprio coloro che assieme al settore chimico e farmaceutico hanno beneficiato dei due anni di era Covid, lanciano l’allarme sugli effetti della manipolazione di massa. In alcune regioni si dice, cornuti e mazzialti...

È un film che ci fa sentire bene perché ci dà ragione. In quanti avremo pensato "Lo dicevo io! Altro che mio cugino…". Sia i no vax che i pro vax, perché nella metafora (se c’è) della pandemia ognuno riconosce nei personaggi i portatori delle proprie opinioni, col risultato che a ciascuna delle due fazioni è offerta un’appagante libra di carne. Il film è innegabilmente piacevole, si lascia guardare. Ammalia e seduce nella sua cifra immediatamente intellegibile, abbagliante e kitch come il salone di Donatella Versace, grondante di cancerogena goduria come un Big Mac, poi il film finisce e tutti ci precipitiamo a commentarlo sul profilo perché è liturgicamente giusto che sia così. Ed è in quel preciso momento che accade il vero miracolo natalizio, titolo, foto di scena, locandina, campeggiano plebiscitariamente su milioni di profili social, un trionfo dell’esserci a tutti i costi. Ma non è proprio ciò che Don’t look up! contesta alla società? Se Netflix avesse dovuto investire in una campagna pubblicitaria di tale portata l’importo sarebbe stato esorbitante e invece è tutto gratis. Netflix gioca e vince su più piani paralleli, produce un film che è un’astuta auto-accusa, contribuisce a sbaragliare la concorrenza della sala cinematografica, guadagna in pubblicità e non bastasse diventa la voce della libertà, non è geniale? Diabolico ma geniale.

A questo punto come ci ricorda Alessandro Bottero “…è bene tenere a mente che nel 2019 una serie di articoli rivelano che Netflix è accusata di evasione fiscale in Inghilterra, Vietnam, Corea del Sud, e anche in Italia. Il procedimento è lo stesso di Amazon. La sede legale e fiscale dei una multinazionale è in un paradiso fiscale legale come l’Olanda o l’Irlanda, dove le aziende pagano uno sputo di tasse, e le varie sedi locali della multinazionale dirottano i ricavi nella sede legale, dichiarando poco o nulla nel mercato locale. Per cui anche se Netflix ricava 1.000 triliardi in Italia, le tasse le paga in Olanda, e in Italia paga uno sputo, tipo affitti di ufficetti, contratti a termine, o altre facezie.”

Passano due anni e sempre la nostra App, novello alfiere della verità rivelata, adduce, in contrapposizione agli studi di Mediobanca, motivi di perdite di fatturato, ipotizza di bloccare la possibilità di condividere l’abbonamento sottoscritto da un utente con altri dispositivi, cosa che permetteva una “democrazia partecipata”. Legittimo ovvio. Ma dissonante. E qui si torna al cornuti e mazziati.


Ma tornando al film, i personaggi, pervasi da un’aurea pacchiana sono incastonati all’interno di singoli sketch che divertono sul momento, ma hanno il respiro corto. Qualcuno è talmente telefonato dal non meritare neppure un aggettivo come “prevedibile”. Quando la moglie scoperta la tresca comincia a bersagliarlo con l’intera farmacia di cui fa abitualmente e abbondantemente uso, ci si chiede quando arriveranno le pillole blu…in realtà sono gialle ma poco importa, il flacone appare puntualmente nella mano. Se sei ipocondrico, timidone, imbranato, come possono mancare i problemi d’erezione? Così come è stucchevolmente ridondante il tormentone compulsivo della laureanda sigillata autisticamente nella sua fissazione, s’interroga come un disco rotto sul capo di stato maggiore che meschinamente si fa restituire i soldi degli snack e delle bottigliette d’acqua. La gag dovrebbe essere una parabola paradigmatica della distorsione del potere, lo fa perché può farlo ma tirandola per i capelli diventa solo una gag demenziale. Quello della Lawrence, è un ruolo che nulla aggiunge alla sua statura di attrice, né tanto meno alla sua bellezza, mortificata in terrificanti maglioni senza gusto. Di mortificazione in mortificazione, si guarda la Streep e ci si domanda il perché? Perché ha trascorso un’intera esistenza sul registro dell’altera americana media, progressista senza trucco (e senza inganno) per poi infilare al tramonto della carriera una serie di ruoli sempre più improbabili? Dov’è il rigore della femminista? Si dirà, ma è proprio all’interno del suo ruolo, un ruolo che mette alla berlina certi personaggi. Vero, ma è talmente banalizzato che il dubbio che la pecunia non puzza si fa strada. La voce forzatamente cacofonica contribuisce a renderla ancora meno difendibile. Ma qual è il senso di quel timbro da ritardata?

Tono che fa il paio con quello del magnate dei cellulari. Insomma, una corte dei miracoli, circense e folcloristica che funziona proprio perché nella sua assurdità è facile. Facile come lo è tutto l’impianto del film, orchestrato con mano sicura da Adam McKay. Insomma, come canta il Vasco ex Blasco nazionale, basta poco. Il che non sarebbe nemmeno tanto male se solo lo si prendesse per ciò che è e non lo si guardasse con occhi adoranti come se si fosse di fronte a un nuovo scintillante Quarto Potere. Oppure, no. In un’epoca in cui Fedez e Chef Rubio sono considerati intellettuali, la Murgia riscrive le regole grammaticali e tre oscuri scienziati si improvvisano i Tre Tenori, ci sta che un film che formula qualcosa di sensato sebbene in maniera vaga e alla buona, venga assunto come la verità rivelata.

Non ci sono più le comete di una volta, prima erano portatrici di Rivelazioni, ora di concettini buoni per un Tweet.


Presto, recensiamo un film mediocre progettato a tavolino come strenna natalizia scomodando le principali categorie filosofiche del pensiero occidentale!”

(Emmanuele Jonathan Pilia)

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