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Reacher. L’Eroe di cui avevamo bisogno

Aggiornamento: 14 feb

“Ti assicuro che li consegneremo alla giustizia”

“Sì, se prima non li avremo uccisi noi”

Basterebbe solo questa battuta per far riecheggiare nei nostri cuori le memorie degli action anni ’80, dove gli Stallone e gli Schwarzenegger con beffardo sarcasmo non si facevano scrupoli a fare un numero di morti ad almeno due cifre nelle loro avventure, senza per questo avere mai neanche un attimo di cedimento morale. Reacher (Alan Ritchson), l’eroe dell’omonima serie tv Prime tratta dai romanzi di Lee Child, in effetti può essere considerato il diretto erede di quel filone. Ovviamente reso più moderno, con più attenzione a trama e caratterizzazione dei personaggi, con un’ironia meno fracassona e un aspetto investigativo più marcato.

Ma che dalla modernità prende solo gli aspetti positivi, riuscendo inspiegabilmente ad abbandonare tutte le zavorre che la politica contemporanea di cinema e streaming sembra imporre.


Reacher Stagione 2

Ma andiamo in ordine.

Jack Reacher è un ex militare, una volta a capo di un’unità investigativa lasciata a causa del troppo zelo con cui aveva condotto indagini che avevano coinvolto alti livelli. È un energumeno (nei libri viene descritto come una montagna di più di 100 chili di muscoli e alta 1,96), quindi dimenticate il Tom Cruise dei due film in cui aveva interpretato il personaggio, qui invece incarnato dall’ottimo Alan Ritchson. È un genio investigativo, analizza dati e li connette con la velocità del miglior Batman fumettistico, ed ovviamente è un asso del combattimento, sia corpo a corpo che con armi da fuoco. Dopo il suo congedo, più o meno forzato, Reacher è diventato un giramondo con in tasca soltanto uno spazzolino da denti. Niente soldi, niente beni personali, niente casa, niente mezzi propri. E quando si imbatte in un’avventura (nella prima stagione per trovare suo fratello scomparso, nella seconda per vendicare alcuni ex commilitoni assassinati), ci si tuffa con tutto sé stesso, anche se questo porta a pericoli mortali.


Reacher Stagione 2

Reacher, dicevamo, uccide. Dimenticate il finto super-eroismo da fumetti per adolescenti che purtroppo ha fatto breccia anche nel concetto di eroismo contemporaneo, dove si dice che “il vero eroe non uccide”. E tu che hai ancora in mente il finale dell’Eneide in cui Enea, piuttosto che graziare Turno, lo uccide per vendicare Pallante e non per questo diventa meno pius (anzi), o che ricordi Krishna che nella Baghavadgita ammonisce Arjuna perché il tentennare di fronte all’atto di uccidere il nemico allontana dalla via dell’Eroe, ti chiedi quando l’umanità abbia preso altre strade. Ecco, dimenticate ad esempio il Peter Parker di Tom Holland che piuttosto che uccidere Goblin preferisce salvarlo (e quindi condannare decine di altri civili, tra cui sua zia…) o il Moon Knight di Oscar Isaac che per non farsi trascinare dai ripensamenti morali si rifiuta di uccidere l’incarnazione di un demone millenario (suvvia, meglio rischiare di farlo risorgere e delegare la soluzione del problema alle future generazioni che potrebbero morire a migliaia per questa scelta “eroica”). No, quando preme il grilletto o deve fracassare il collo di qualcuno, Reacher non si fa problemi. Sta combattendo, colui che ha di fronte è un nemico armato, che ha ucciso e che vuole ucciderlo: è una situazione primordiale, che esiste da quando esiste l’uomo, e Reacher non ha le sovrastrutture morali del mondo moderno “civilizzato”. No, lui è il maschio alfa portato al suo stato ancestrale e messo in contrapposizione con la civiltà moderna. Così tanto che si potrebbe dire che incarni esattamente tutto quello che un certo femminismo definirebbe “maschilismo tossico”. Picchia, uccide, si permette addirittura di difendere le donne. E, ovviamente, di portarsele a letto con passione. Ha poi un culto della violenza che molti oggi definirebbero “malato”. Combattere, uccidere, spezzare ossa e versare sangue, palesemente, gli piace. Il suo culto della violenza lo spinge addirittura a cercare una rissa per cementare il cameratismo della sua squadra. Perché la guerra, sia essa un combattimento corpo a corpo o trovare un nemico giurato per ucciderlo, è forse la condizione naturale dell’uomo. Del branco. Del clan. E lui è l’uomo riportato alla più pura natura.


Reacher Stagione 2

Ma il suo essere un Alfa araldo di un eroismo ancestrale e perduto non si limita all’uccidere, picchiare, comandare un branco/clan e fare sesso. Anche la sua etica nomade è tutt’altro che superficiale. Reacher ricorda l’archetipo dell’eroe errante: il cavaliere del Graal, il corsaro, il ronin, il cowboy di frontiera, il runner cyberpunk. Ma non solo. In lui riecheggia la voce totemica del Lupo. “Diecimila anni fa c’erano uomini che si fermavano intorno a un fuoco e uomini che viaggiavano. Sono sicuro di discendere da quelli del secondo tipo”. Una frase che lo ricollega all’archetipo del cacciatore, che poi è quello da cui deriva non solo ogni forma di eroismo declamata in ogni letteratura, ma anche ogni canone di virilità che ha contraddistinto l’uomo maschio dai primordi fino a… fino a quando si è deciso che l’uomo e il maschio non devono essere più tali. In qualche modo, e non solo fisicamente, Reacher ricorda anche un po' il Conan di Howard. Un barbaro che non riconosce la civiltà. "La barbarie è lo stato naturale dell'umanità. La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare".


Chiunque abbia guardato Reacher, potrebbe tranquillamente credere che le parole del cimmero si adattino perfettamente all’ex militare selvaggio. Ed è per lo meno ironico che questa serie sia andata in onda proprio su Prime, che si era rifiutata di produrre una serie su Conan proprio perché era un cliché del machismo tossico. Ed è altrettanto ironico che Reacher sia stata la serie Prime più vista del 2023, un chiaro segnale da parte del pubblico, che evidentemente sente ancora il richiamo del vecchio e immortale eroismo “vero”. Perché alla fine, nonostante lavaggi del cervello, pensiero debole, pseudo-civilizzazione che ha portato alla mollezza e a quello che Konrad Lorenz chiamava “declino dell’Uomo”, gli uomini hanno ancora bisogno del richiamo primordiale del Lupo, della caccia, dell’esplorazione e dell’avventura.


“Sai Reacher, quando ho scoperto che girovagavi vivendo solo con quello che hai in tasca ho pensato che ti fossi bevuto il cervello. Ma c’è una parte di me che crede che tu sia l’unico tra noi che ha capito tutto”. Sì, Reacher è proprio l’eroe di cui ora abbiamo bisogno.



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