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Rece spot a colpi di post su Sanremo. Da Amadeus a Marco Mengoni con la gonna, pensieri e parole in ordine sparso


Per un Sanremo che fa più acqua del mare su cui s’affaccia.

Se pure i Negramaro, con Sangiorgi posseduto da Tony Servillo, infilano Battisti tra le strofe come fa un Fedez qualsiasi, scenda il sipario sulla musica e pure su Sanremo.


Se dicessimo che Bigmama è imbarazzante saremmo discriminatori? Se lo pensassimo ma dicessimo per sport che è proprio brava, saremmo inclusivi? Preferiamo essere esclusivi ma onesti: una così è un insulto a quel palco già oltremodo oltraggiato. E sì, perché non è la sola, è in “ottima" compagnia. Per esempio, i Bnkr 44 sono robetta. Simpatici ma robetta. Se ‘sti ragazzini volessero fare qualcosa in più di una comparsata arraffaspicci nel mondo della musica, avrebbero messo un basso e una chitarra belli acidi e corrosivi e invece sembrano i fratelli adrenalitici dei Take that. Tanto rumore per nulla. E a proposito di nulla, stendiamo un velo pietoso su Lazza e Tedua. E lavategli il microfono.

Tra i cafoni della trap vestiti come Cassano al Real che non hanno la più pallida idea di cosa sia una nota, e meno che mai, l’interpretazione di un brano, Amadeus che tra un Bella Ciao e un superlativo per ogni scarsino selezionato risulta insopportabilmente fasullo e navi da crociera addobbate come l’albero di Natale dei Casamonica, questo Sanremo è qualcosa di abominevole. Eppure la musica tenta disperatamente di trovare un varco in tanta miseria.


Una balena (perché Sanremo include) che si agita alle loro spalle. Mengoni in gonna. Loro due infiocchettati come confetti in un nastrone rosso. Nonostante ce l’abbiano messa tutta per sabotarli, per farne una tragica parodia, felliniana e circense, i superstiti dei Ricchi e Poveri hanno fatto un figurone. Oltre cinquanta anni di onorata carriera non sono un caso. Imparino da loro queste mezze figure scappate dai talent.


Piacioni sono piacioni ma come cantano bene Renga e Nek! Sarebbe bello sentirli con repertori meno easy listening, magari impegnati in un blues o in un rock come i Timoria che furono.


Improvvisamente un lampo dai capelli azzurri e gambe da applausi. La voce non c’è più ma non fa niente perché Loredana Bertè è sempre Loredana. L’unica autentica rockstar bianca rossa e verde. Dopo altri momenti di raccapricciante bruttezza è la volta di Angelina Mango. Quando il talento è un fattore ereditario. Sta sul palco come fosse il salotto di casa. Elegantemente avviluppata in un tubino, ammalia con aristocratica sensualità e dispensa canto come nessun’altra. Tutto il resto è noia e polvere.

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