Ucraina, Finlandia, Kurdistan: i tre fronti.

Mentre la guerra in Ucraina (o, secondo il governo russo, l'operazione militare speciale di demilitarizzazione e denazificazione dell'Ucraina) si avvia a raggiungere i 2 mesi dall'inizio, con effetti tragici per i civili (Mariupol distrutta, oltre 300 presidi sanitari colpiti, di cui 21 ospedali completamente rasi al suolo, per non parlare di Bucha e forse di peggio: K. Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell'Aja, ha dichiarato che ci sono fondati motivi per credere che l'esercito della Federazione Russa abbia commesso crimini di guerra e annunciato l'avvio di una indagine, su tutti i presunti crimini commessi in Ucraina non solo dopo l'invasione del 24 febbraio ma addirittura a partire dal 2013, da TUTTE le parti in causa) analizziamo la situazione.

Il piano B (o forse C) di Putin prosegue, consolidando le posizioni nel Donbass e cercando di creare un collegamento stabile tra le repubbliche secessioniste e la Crimea (che, ricordiamo, è stata annessa alla Russia già nel 2014 con -quella volta davvero - un'operazione militare speciale perfetta). Sembra invece al momento molto improbabile che i russi riescano a togliere all'Ucraina lo sbocco sul Mar Nero e creare un lungo corridoio russo dal Donbass alla Transnistria (altra autoproclamata repubblica secessionista filo russa, in Moldavia, occupata dalle truppe di Mosca già dagli anni 90). Questo richiederebbe la conquista di città importanti, come Mykolaiv e soprattutto Odessa. Cosa che, soprattutto dopo l'affondamento della Moskva, appare un'impresa quasi impossibile per l'esercito federale in russo, in evidente difficoltà. Ormai sembra chiaro che Putin, in mancanza di meglio, voglia un risultato da esibire il 9 maggio (anniversario della vittoria nella cosiddetta grande guerra patriottica). E l'unico obiettivo raggiunto è Mariupol, sebbene ridotta a un cumulo di macerie su cui festeggiano i ceceni di Kadyrov (il famigerato battaglione Tik Tok) gridando Allahu Akbar.


Dal punto di vista simbolico si tratta di un risultato importante poiché Mariupol è la sede operativa del non meno inquietante battaglione Azov. Quindi utile allo Zar, a livello propagandistico, per giustificare un'operazione semi fallimentare. Al momento comunque i resti del battaglione sono tutt'ora asserragliati nei sotterranei della gigantesca acciaieria Azovstal. Putin ha offerto la resa (sapendo che una irruzione costerebbe troppo cara) ma il battaglione rifiuta di arrendersi, quindi la prospettiva è di un lungo assedio. Il sindaco di Mariupol aveva annunciato che finalmente si era riusciti a trovare un accordo per un corridoio umanitario verso Zaporizhzhia, per mezzo della Croce Rossa, quindi almeno i civili avrebbero potuto uscire dalla Azovstal, ma tutt'ora non si è riusciti a realizzarlo. Resta da capire se la scelta dell'estremo sacrificio sia una decisione dei combattenti assediati o del governo. "Non sono così sicuro che la decisione di morire piuttosto che cedere sia volontaria” ha dichiarato Domenico Quirico de La Stampa. "La resa forse in questo caso non funzionerebbe, per questo credo che non abbiano scelta nel continuare a combattere” ha aggiunto. Quale che sia la ragione, ci auguriamo che finalmente si riesca a raggiungere un accordo per evacuare i civili, finora fallito. La presenza di Antonio Guterres, segretario dell'ONU, a Mosca oggi, potrebbe sbloccare la situazione.

In ogni caso il futuro del conflitto resta un'incognita. Lo Zar si accontenterà o no? Le ipotesi più probabili sono di un conflitto prolungato a bassa intensità ma fare previsioni è difficile. A Tiraspol, (capitale dell'autoproclamata repubblica di Transnistria, ma nello stato della Moldavia), occupata dalle truppe russe dagli anni 90, si sono verificate alcune esplosioni che hanno danneggiato edifici amministrativi dei separatisti filo russi. Questi fatti, accaduti poco dopo la richiesta formale della Moldavia di entrare nella UE, e da dichiarazioni poco rassicuranti di un generale russo, fanno temere un allargamento del conflitto.


Allontaniamoci per un attimo dalla cronaca della guerra e cerchiamo di vedere quali possono esserne le conseguenze. Tralasciando i tragici effetti sull'economia, che non rientrano nelle nostre competenze, e sugli approvigionamenti energetici, che cambieranno le strategie geopolitiche dei prossimi anni, soffermiamoci su due conseguenze già visibili.


La prima: l'ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. I due paesi nordici, rompendo la neutralità (che nel caso della Svezia, risale addirittura a oltre due secoli), stanno per chiedere formalmente l'ingresso nell'alleanza atlantica. Il caso più interessante, a cui dedicheremo prossimamente un articolo, è il rapporto tra Finlandia e Russia. Il popolo finnico, molto geloso al tempo stesso delle sue tradizioni (conservano antichissimi costumi e una delle poche lingue non indoeuropee) e del suo progressismo (la prima nazione che ha concesso il suffragio universale femminile effettivo - nel passato c'erano stati alcuni tentativi - già nel 1906), ha spesso dovuto combattere contro il gigante russo, che ha sempre cercato, con pessimi risultati, di schiacciarlo e russificarlo. Il classico esempio è stata la Guerra d'inverno nel 1939, quando Stalin cercò di annettere l'ex granducato dipendente dallo Zar come aveva fatto con i Paesi baltici. Come sia andata è noto e ci ritorneremo.

Ancora oggi la Finlandia ha un esercito ben organizzato con ampie forze riserviste. Sanna Marin, la giovane premier, ha rimandato al mittente le minacce di Medvedev e Lavrov, rivendicando la libertà di scelta, che nella mentalità finnica viene prima di ogni cosa. Oltre a quello baltico ci sono già pesanti ripercussioni su un altro quadrante, da sempre infuocato: quello mediorientale.


La seconda: Erdoğan, forte del suo ruolo di mediatore (in realtà al momento totalmente inefficace) nella guerra e del rapporto speciale con Russia, Ucraina e USA, è tornato a tentare di risolvere, a modo suo, quello che ritiene il suo problema principale: i curdi, o meglio i curdi che si ispirano al Confederalismo Democratico. Seguendo due linee d'azione: la distruzione della Federazione della Siria del Nord (Rojava) e lo smantellamento del PKK in Iraq. Oltre a intensificare i bombardamenti su Kobanê e Hasakah in Rojava (colpendo come sempre prevalentemente obbiettivi civili e sanitari) le forze aeree turche stanno attaccando anche la regione autonoma del Kurdistan iracheno (provocando le vane e poco convinte proteste di Baghdad) bombardando prevalentemente il grande campo profughi di Makhmur, la zona degli Yazidi di Sinjar (Shengal) e il quartier generale del PKK, a Qandil.

Il Sultano, come sempre, sta abilmente sfruttando le divisioni politiche tra il Confederalismo Democratico del PKK e del PYD, e il nazionalismo dei partiti curdo iracheni PUK e soprattutto PDK (controllato dal clan Barzani, storicamente vicino ad Ankara). Approfittando del benestare russo e sicuramente anche di quello USA (che però continua, incoerentemente, a fornire armi e addestramento alle YPG) sta per attuare il piano definitivo della distruzione del Rojava.


Tassello fondamentale dell'operazione, e che riguarderebbe anche l'Occidente, è il ruolo della risorta (o meglio mai morta) ISIS. I legami tra Ankara e il Califfato Nero Islamico, benché spesso conflittuali, sono sempre stati molto forti, anche a causa del principale nemico: i curdi. D'altronde la prima invasione turca del Rojava, anni fa, permise a ISIS di non essere completamente annientata. E recentemente, in concomitanza di un attacco all'SDF (le Forze Democratiche Siriane, esercito del Rojava a maggioranza curda), ISIS ne ha approfittato per condurre un grande assalto al carcere di Hasakah, dove sono custoditi la maggior parte dei miliziani jihadisti prigionieri, tra cui gli stranieri che i rispettivi governi rifiutano di riprendersi. L'assalto, dopo alcuni giorni di pesanti combattimenti costati la vita ad alcuni difensori curdi, assiri e arabi, è stato respinto.


Ma la situazione è seria: i russi hanno minacciato l'SDF di lasciare mano libera ai turchi se non depongono le armi all'esercito siriano che, probabilmente non casualmente, ha ripreso un atteggiamento aggressivo contro i curdi e i loro alleati. Quindi l'ISIS presto tornerà a rappresentare un grosso problema e i kurdi del Rojava, schiacciati tra Turchia, ISIS, Assad e Barzani, con Russia e USA complici, potrebbero essere le prime vittime. D'altronde, come i finlandesi, i curdi sono sempre molto determinati a difendere la loro libertà. A tutti i costi.

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