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Il Sol dell’Avvenire: continuiamo così, facciamoci del male…

Aggiornamento: 9 ago 2023

Il nuovo film di Nanni Moretti, con Nanni Moretti per Nanni Moretti

Non possiamo negare che, la cinematografia morettiana, abbia influenzato una buona fetta del cinema nostrano e che, alcune sue massime, siano diventate dei tormentoni.

In assoluto Bianca è il film più citazionistico dalla famosa frase sulla torta Sacher, alla teoria delle scarpe slacciate sinonimo di solitudine (ripresa poi in un albo di Dylan Dog I delitti della Mantide), alla dissertazione sui gusti dei gelati finendo con la scena dell’abbuffata di pane e nutella davanti ad un barattolo formato Hulk. Senza tralasciare una frase toccante, ma molto indicativa, della psicologia del personaggio-uomo Moretti “Io scelgo a chi volere bene… e quando scelgo è per sempre”.

E come dimenticare il suo attacco ad Alberto Sordi, diventato uno slogan per la sinistra anni 70, tanto da meritarsi gli sfottò e nella commedia Nessuno mi può giudicare e da Max Tortora nella sua iconica imitazione del caro Albertone.

Così come in Palombella Rossa non si poteva che essere solidali nella sua lotta ai forestierismi, nello specifico gli albionismi. Per il resto il cinema di Nanni Moretti è sempre stato ego referenziale. Film incentrati su di lui, sulle sue manie, che potrebbero rientrare nello spettro Asperger, che meriterebbero un’analisi psichiatrica più che giornalistica. Non a caso sempre in Bianca compare una foto privata del regista una festa di carnevale delle elementari, beh lui è l’unico bambino che non ride, serioso e cupo già in tenera età. E anche il suo concetto di pubblico è elitario e personalistico come ha fatto capire a La torre e il cavallo, nella sua intervista-marchetta, di un sempre più ossequioso e prono ai potenti Marco Damilano, spiegando che dirige film per sé stesso e i suoi amici.

Ora veniamo al suo nuovo film Il Sol dell’Avvenire che già dal titolo si palesa come un’opera politica. Sia ben chiaro Moretti non ha mai fatto mistero della sua partigianeria. Lo fece con il suo personaggio Michele Apicella che una volta è un ex sessantottino e un’altra un pallanuotista ex dirigente PCI[1]. E poi nel suo docufilm La Cosa, opera interessante, che riprende le reazioni dei vari militanti comunisti all’indomani della nascita del PDS. Peccato che nessuno a destra abbia pensato ad una variante per la morte del vecchio MSI.

E non dobbiamo dimenticarlo, anche se a sinistra lo fanno spesso, il suo vago tentativo politico col movimento dei girotondini. Esperienza spontaneista, in pieno berlusconismo, che fece da padre al Popolo Viola e alle Sardine. Oltretutto il suo film Aprile, reso famoso per la massima “Dì qualcosa di sinistra”, diede il nome ad una corrente pidiessotta dei primi anni 2000. Per poco Moretti non fu un Beppe Grillo sinistrorso.


Torniamo ora al film. Bisogna dire che il suo esordio è stato col botto: nel primo fine settimana, in Italia, è arrivato al secondo posto per gli incassi dopo Super Mario ma non sono mancate le critiche. E non si parla tanto della stampa mainstream che si è sperticata nei soliti aggettivi, “intimista, disincantato, umano, personale etc, etc”. Paroloni per non dire nulla, la solita fuffa. Vediamo bene la trama. Moretti interpreta Giovanni regista che decide di girare un nuovo film, dopo cinque anni di stallo, coadiuvato dalla moglie Paola, una sempre più insoddisfatta e succube Margherita Buy, anch’essa attiva nel settore cinematografico. La trama attiene alla reazione di una sezione locale del PCI durante la rivolta di Budapest del 1956. L’intervento armato sovietico, infatti, pose il Partito in una posizione scomoda: il film segue proprio il conflitto tra il personaggio interpretato da Ennio, segretario di un circolo romano del PCI e redattore dell'Unità, e la moglie comunista, interpretata da Vera. La moglie solidarizza immediatamente con la causa ungherese mentre il marito aspetta che sia il partito a prendere posizione e non manca di allinearsi con essa.


La figura di Ennio è interpretata da Silvio Orlando, che sembra la versione invecchiata malissimo dello sfigatissimo Sandro Molino, di virziniana memoria, mentre quella di Vera da una ficcante Barbora Bobulova che, nello specifico, è anche un’attrice fin troppo egocentrica, che ogni volta stravolge il copione del povero Giovanni. Bisogna, però, dire che l’ottica moralista del partito viene espressa bene, specie nell’atteggiamento critico di Ennio nei confronti di un militante pederasta, perché il suo stile di vita non era in linea con la morale comunista. Dopotutto in URSS l’omosessualità veniva punita come “parassitismo sociale” e Stalin la definì “una perversione borghese”.


E’ proprio il dittatore georgiano è stato il pomo della discordia di questa pellicola. Moretti decide di strappare il poster di Koba dal set del film, poiché non lo voleva in quanto dittatore. Peccato che ancora oggi i compagni duri e puri lo venerino stile santo laico. Non a caso a Roma, davanti al cinema Nuova Sacher, è comparsa una scritta inneggiante a Stalin. Anche perché, è giusto ricordarlo, una larga fetta dei militanti comunisti aveva tendenze autoritaria. Essi agognavano in Italia la dittatura del proletariato e l’affermazione dei soviet. Qui urge una citazione di Gino Cervi, sciarpa littoria, che interpretando il comunista Peppone, ne Il compagno Don Camillo, aiuta a fuggire sì dei (falsi) esuli russi, ma vuole continuare a credere nella sua idilliaca visione dell’URSS.


Tornando a Il Sol dell’Avvenire, alla fine Moretti gioca la carta dell’Ucronia ed è questa che ha fatto scontenti numerosi nostalgici. Difatti in questa linea temporale la sezione di Ennio è eretica alla linea del partito e si schiera con i rivoltosi. Da qui un effetto domino che porterà Togliatti, e il resto della nomenclatura, a staccarsi dall’URSS per creare un socialismo italiano, basato sulle direttive di Marx ed Engels. Peccato che i dissidenti erano veramente delle mosche bianche. La base e la dirigenza erano in linea con Mosca. E, onestamente, cosa avrebbe prodotto un PCI privo della luce sovietica? Si sarebbe piegato alle istanze della sinistra anglosassone con più di un cinquantennio di anticipo consegnando, anzitempo, l’Italia ad un’era Schlein. Quindi una distopia in piena regola. Forse, però, giocando anche noi con in se, forse, con una sinistra molto poco di sinistra, oggi avremmo una coalizione di governo sì con Fdi, ma con Casapound e Forza Nuova come partiti maggioritari.


Come sempre Moretti non lesina le sue manie, come la critica ai sabot indossati dalla Bobulova, e con essa tutta una filippica contro le pantofole scomodando anche il grandissimo Hopkins che, in The Father, recita sì in pigiama ma con i mocassini. Allora facciamo noi un rimando ad un titano del cinema ossia l’indimenticabile Peter Cushing che, nei panni del mitico Moffa Wilfun Tarkin, in Episodio IV di Guerre Stellari, recitò in pantofole in tutte le scene a mezzo busto, per via di alcuni problemi di circolazione.

Poi fa anche un pistolotto moralista, in salsa buonista e garantista, contro il cinema di azione, adrenalico e violento poiché diseducativo. E arriva a scomodare due pesci fuor d’acqua, quanto mai impacciati, come Corrado Augias e Renzo Piano. Coinvolge, anche, una matematica che, istericamente, fa la morale garantista.


Purtroppo per Moretti, e per tutti i registi della gauche au caviar suoi sodali, il cinema è intrattenimento e lo spettatore medio vuole emozioni forti, suspense, adrenalina vuole staccare la spina. Spesso gli spettatori agognano vedere la giustizia applicata e il cattivo che, come tale, deve essere punito severamente. I polpettoni da intellettualoidi non vanno più bene, fondamentalmente non sono mai andati bene. La classe operaia, o l’abitante delle borgate, se ne sbatte dei piccoli drammi borghesi di ricchi intellettualoidi depressi.

Apprezzabilissima, invero, la stoccattina a Netflix, ai suoi diktat, alla sua tracotanza (“Trasmettiamo in 190 paesi”) e agli anglicismi a mentula canis.


Moretti, però, una cosa buona l’ha fatta: mostrare il suo personaggio per quello che è un soggetto tossico. Difatti, la moglie di nascosto va in terapia per riuscire a rompere con lui, e alla fine vi riesce rifiorendo cosa che lui non riesce ad accettare cercando, continuamente, di riagganciarla. Che ci sia dell’autobiografico? Carine le scenette danzanti a questo punto si spera veramente che Nanni si dedichi ad un musicarello, come ha sempre affermato nella sua lecchinata in Rai, forse potrebbe liberarsi definitivamente della sua pesantezza esistenziale.

[1] Rispettivamente in Ecce bombo e Palombella Rossa.

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